Europa – poetica di uno stupro animale

Europa amava il mare.

Lo contemplava, ci si perdeva dentro – e il Mediterraneo lasciava che il sole si rifrangesse sulla sua immensa distesa azzurra per illuminarle il viso ed i capelli, per contemplarla a sua volta e perdersi nei suoi occhi color del vento.

E lei vedeva in lui un altro mondo, un mondo in cui la terra era liquida e si muoveva col vento – un mondo in cui la terra e il vento si sposavano. E se cercava di seguire fino in fondo quella superficie, se spingeva il suo sguardo oltre il più remoto incresparsi di quell’infinita distesa azzurra – allora si perdeva, allora non riusciva più a distinguere, allora realizzava il limite – lo sfumarsi del mondo. Ed era proprio lì, su quel limite, che il suo mondo iniziava. Si chiedeva cosa ci fosse al di là del confine dello sguardo e non vedeva niente, e riempiva quel vuoto con altri mondi – spietati corsari, commercianti di terre lontane e di strane merci, esploratori, cannibali con un solo occhio incarnato nel petto e il muso di cane, e quei sacerdoti che celebravano degli strani riti in onore alla Dea Madre, riti in cui battevano ritmi febbrili sulle pelli dei tamburi e all’apice del loro canto delirante, all’esplodere dell’orgasmo dei sensi si eviravano con pietre aguzze e spargevano il loro sangue sulla terra – il loro membro in sacrificio a lei. Europa immaginava sempre nuovi mondi, ogni giorno un mondo, infiniti mondi – e così, immaginando i suoi mondi lei si scopriva. E così capiva l’importanza del limite, il suo significato: la possibilità dell’altrove.

Europa amava il mare.

Per questo ci si tuffava – per spalancare gli occhi mentre nuotava sul fondo e vedere ancora un’altra terra, un altro mondo ancora.

Europa amava il mare. Europa amava i mondi – perché nonostante fossero infiniti poteva accoglierli tutti nell’ampiezza del suo sguardo.

O forse amava il mare così tanto perché ogni volta che chiedeva a suo padre cosa ci fosse oltre di esso, lui le rispondeva: – Tutto ciò che vuoi. – ?

Forse era per questo che voleva andare ogni giorno in spiaggia, per poterlo osservare, soltanto per contemplarlo ancora un po’.

E allora radunava le sue amiche, e la freschezza della loro giovinezza partiva a raccogliere rose arancioni e rosse per intrecciarle con i garofani e le margherite e farci delle ghirlande.

Le intrecciavano in spiaggia, all’ombra delle palme, al tocco del vento e al suono delle onde – e la ghirlanda d’Europa era già pronta, ed ecco che la posava sulla testa della sua amichetta ed ecco che altre due mani già le adagiavano un’altra ghirlanda sui soffici capelli.

E poi si rincorrevano, si acchiappavano, si sfilavano gli ampi teli porpora e si tuffavano e sprofondavano, e il Mediterraneo le accoglieva, sprofondava con loro all’interno delle sue acque.

Intanto, oltre i leggeri ed incostanti banchi di nuvole, dall’alto del Monte Olimpo, uno sguardo si defilava da ogni occhio umano e si posava sognante su quei giovani corpi nudi, soffermandosi su uno in particolare. Era Zeus che ammirava estasiato l’emergere del tenero corpo ambrato d’Europa dal bagno salato delle onde – rapito da quella treccia biondo-castana che lei spostava su una spalla e le ricadeva continuamente sui seni, dalle sue gambe già forti e  definitamente sinuose – e Zeus non resisteva, moriva alla vista di quei piccoli piedi come confetti delicati – si contorceva quando lei li affondava nella sabbia e li sporcava.

– Ermes! – chiamò Zeus. – Vieni a vedere!

Ermes era già alla sua destra: – Cosa?

– Quella lì, Europa, l’unica figlia femmina del Re di Tiro – diceva Zeus, mentre spostava alcune nuvole per esser certo che Ermes vedesse. – La vedi?

– Sì.

– Me la devo  per forza scopare!

– Ma è umana!

– Per questo mi fa arrapare. E quindi mi devi fare un favore.

– Che? – faceva Ermes già scocciato, prevedendo le stupide richieste del padre.

– Visto che sei veloce, vai un attimo laggiù e… lo vedi quel gregge di buoi? Bene, quelli sono del Re, ed Europa e le sue amiche li conoscono, quindi dirigili lungo la spiaggia e falli avvicinare al gruppo di ragazze.

– Va bene, – faceva Ermes. – Ma perché?

– Mi devo trasformare in Toro, mischiarmi nel gregge ed avvicinarla.

– Scusa se sembro pesante, ma oggi mi sento proprio rompicoglioni e dovevo chiedertelo da tempo: ma se sei un dio perché ogni volta che vuoi farti una donna ti ostini a trasformarti in animale?

– È proprio perché sono dio che non riesco a fare a meno di farmi animale, caro Ermes. Sto dando una lezione agli uomini.

– Lo sai meglio di me che sei solo un vecchio arrapato che gode a ficcare in mezzo alle cosce delle fanciulle più splendide i cazzi animali più deformi, – lo ammonì Ermes, e continuò: – E non trovare la solita scusa di dover fecondare le donzelle umane per creare grandi dinastie e adempiere al grande scopo di mostrare il divino in terra, perché ti ho visto proprio ieri sotto un platano con un ragazzino.

E Zeus gli sorrideva.

– Sei ancora giovane per capire, ma quello che faccio dovrebbe essere il giusto compito di ogni dio onesto.

Ed Ermes lasciò cadere la testa sconsolato, sbuffò e volò via convinto di assecondare l’ennesima stupida richiesta del padre – inconsapevole di star prendendo parte alla creazione del mito.

Il gregge di buoi stava già muovendo i primi passi sulla sabbia calda e sottile e Zeus si confondeva perfettamente tra loro: era un toro bianco in mezzo a dei candidi buoi.

Le ragazze adesso erano sul bagnasciuga e si divertivano ad alzare schizzi d’acqua con le esili dita nel concerto spensierato dello loro risate. I buoi erano già vicini e venivano schizzati a loro volta. Europa era china a raccogliere coppe d’acqua con le mani per poi scagliarle sul muso di Grullo, il bue più vecchio, passivo ed impassibile, che veniva ripetutamente schiaffeggiato da quelle zaffate d’acqua e rimaneva a fissare la ragazza, immobile, come incantato, gli occhi scuri e vuoti come due lanterne spente e arrugginite – e Europa godeva pazzamente di quell’impossibile imperturbabilità – e lo schizzava sempre più forte.

Zeus approfittò di quel suo momento di distrazione per avvicinarsi silenziosamente alle sue spalle. Non le era mai stato così vicino, poteva già sentirne l’umano odore salato di vita, già perdeva lo sguardo in ogni piega della sua pelle e poi…  il sogno dei suoi piedini di miele.

E il toro bianco avvicinava con dolcezza il muso alle sue caviglie, poi scivolava sul tallone ed iniziava a leccarlo. Zeus ora beveva grandi sorsate da quella fonte che gli sembrava esser divina, più divina del divino stesso e pensava che l’ambrosia al confronto era soltanto acqua sporca, soltanto piscio caldo.

Europa si voltò tranquilla, pensando che a leccarla fosse uno dei buoi più giovani, ma quando vide un toro bianco rimase tranquilla lo stesso. Era un torello in realtà, al massimo le sarebbe potuto arrivare all’altezza del seno e dava l’aria di essere docile visto che con dolcezza le stava leccando la pianta del piede e quasi con devozione spingeva la lingua tra le sue dita.

Europa gli posò una mano sul suo capo ed iniziò ad accarezzarlo, e Zeus a quel tocco non poté far altro che interrompersi ed alzar lo sguardo. E i loro occhi si incontrarono.

E Zeus rimase incantato da quella visione – era un’immagine che gli sarebbe rimasta in mente per tutta la vita, come una perenne istantanea della memoria: Europa col corpo abbandonato sulla sabbia bagnata, l’onda bassa che le cingeva i glutei e le accarezzava le cosce distese, e i piedini bagnati di salsedine e saliva – quei due occhi color del vento.

Ed Europa rimaneva incantata a sua volta dal perfetto candore di quel soffice manto e dalla bellezza di quello sguardo vivo – due laghi neri in cui riluceva ogni abbaglio del mondo. Era un animale stupendo ed Europa sentiva come se le stesse sorridendo nonostante il suo muso restasse immobile. Le si avvicinava ed iniziava a girarle intorno sfiorandola col pelo, Europa si alzava in piedi e sentiva il calore soffice del manto a solleticarle la pelle.

E Zeus le leccava le mani ed Europa continuava ad accarezzarlo. Zeus si accoccolò tra le sue gambe accogliendola sulla sua schiena. Europa sembrava divertita e chiamava le sue amiche per farsi vedere mentre cavalcava un toro. Zeus era in fermento con la sensazione della pelle di quei glutei nudi posati sulla sua carne, caldi e divisi dalla sua dura spina dorsale – la sensazione perfetta, la perfezione della sensazione – e si compiaceva all’idea di essere il dio più astuto del mondo. Soltanto lui avrebbe potuto pensare quelle trasformazioni sempre impeccabili; si chiedeva: – Cosa c’è di meglio di un animale per Sentire? – e non poteva fare a meno di stimarsi per saper sposare insieme così bene l’animale e il divino, la terra e il vento.

Europa amava il mare.

E sul mare la portò Zeus. Sul mare Zeus iniziò a nuotare – ed Europa ancora rideva di gioia.

– Toro bianco, portami lì dove non si vede più il mondo! Portami lì dove il mare finisce! – Gli urlava e gli dava dolci pacche sulla schiena.

Ermes intanto muoveva i venti per spingere Zeus più velocemente verso Creta. Europa era pazza di gioia perché non era mai andata così lontano,  si guardava indietro e la costa di Tiro era sempre più piccola, adesso già le sembrava soltanto un puntino, ma non aveva affatto paura, nonostante non fosse mai stata così felice.

Europa amava il mare. E il mare era infinito tutt’intorno a Europa, e le sembrava di esser circondata dalla sfumatura, dal confine, ed era completamente immersa nel suo altrove.

E per la prima volta Europa vide un’altra terra. All’inizio anche lei soltanto un puntino che poi s’allargava – ma il mare si faceva sempre più cristallino e già poteva vedere le spiagge, e la sabbia era bianchissima e cedeva il passo a delle foreste di palme dal verde sempre più acceso e lussureggiante.

Il toro emerse dalle acque e una volta posati gli zoccoli sul primo palmo di spiaggia asciutta si stese e lasciò scendere Europa. Zeus prese a camminare ed Europa rimaneva immobile a guardarsi intorno, estasiata da quel mondo così diverso eppur vero, eppur vivo, incommensurabilmente vivo – c’erano alberi che non aveva mai visto, piante dagli strani colori, e sul fondo del mare cristallino fluttuavano azzurri e rossi gli anemoni e già intravedeva i fiori selvatici tra i cespugli e voleva raccogliere i narcisi che le schiantavano quel giallo impossibile negli occhi. Ma il toro fece un dolce verso, quasi come una voce – e allora Europa si girò e vide che la stava guardando, lo vide muovere qualche passo, e rigirarsi, e riguardarla – e ancora quel dolce suono, come un’esile voce. Ed Europa capì che era un invito a seguirlo e realizzò che non lo avrebbe declinato per nulla al mondo.

Si inoltrarono nella rigogliosa vegetazione, lungo i fianchi delle montagne, tra i pini e le querce, tra gli ulivi e i cipressi, in mezzo allo scorazzare dei conigli e l’arrampicarsi dei gatti selvatici, circondati dalle farfalle e i cori distanti dei gabbiani – e arrivarono in un boschetto verde di salici dove il toro infine si fermò, all’ombra fresca delle fronde piangenti.

Europa lo guardava con un sorriso per poi perdersi ancora a rimirarsi intorno, presa a contemplare quella che le sembrava la compiuta realizzazione di una magia.

E il toro emise di nuovo quella flebile voce. Ed Europa lo guardò, e quella flebile voce passò ad essere un balbettio prima di articolarsi compiutamente in parole e farsi linguaggio.

– s… scio… sono Zeus, – disse infine il toro, e Zeus le posò addosso l’immensità del suo essere per far sì che lo riconoscesse in sé stesso, ed Europa capì, e gli sorrise. Si avvicinò a lui e lo baciò sul capo.

Allora Zeus, dolcemente, rincantucciò la testa tra le sue braccia e si fece accarezzare con dolcezza. – Sdraiati, Europa, – le sussurrò. – Sdraiati su quella che sarà la tua terra.

Ed Europa abbandonò il suo corpo ambrato sul fresco manto erboso, – Mia? – chiese, con un percettibile tremolio sognante a percorrerle la voce.

– Sì, ne sarai la principessa, – la rassicurò Zeus e sigillò il patto con un’affettuosa leccata sulla guancia – poi passò al collo – e lei sorrideva.

Europa lo accarezzava più forte quando le passava la lingua sui seni e sui capezzoli, ed iniziò a stringergli i peli del capo quando si abbandonò tra le sue cosce – e lei sorrideva, si mordeva le labbra e sorrideva.

E Zeus assaporò il nettare di quel frutto che già andava a mischiarsi con la sua saliva e ad inumidirgli il pelo del muso, allora risalì e leccò ancora Europa sul viso, su quelle gote rosse e accaldate, le passò la lingua sulle palpebre e le chiuse gli occhi sognanti.

Il suo sesso caldo e impossibilmente teso ora le accarezzava con dolcezza la clitoride e le labbra d’Europa si tendevano e amabilmente si schiudevano.

Zeus iniziava ad immergersi nell’umido calore delle pieghe di quel frutto divino, e pian piano sprofondava, sempre più a fondo sprofondava, ed era sempre più caldo, sempre più stretto ed umido, sempre più umano, sempre più vivo, sempre più vero. E quando incontrò la resistenza dell’imene non riuscì a moderarsi perché era già tutto nel suo membro, non sentiva altro che quello, tutto il suo essere aderiva perfettamente al suo sesso – e non riuscì a fermarsi quando Europa mandò un gridolino, poi un altro più acuto, poi schiuse gli occhi e si ritrovò faccia a faccia con un toro dal muso sfigurato ed ansante, con gli occhi folli e strabuzzati e la lingua completamente srotolata a tremargli istericamente fuori dalla bocca e a grondarle addosso saliva – allora Europa urlò, cercò di spingerlo via, gli piantò le mani sul petto e fece appello a tutta la sua forza. E il toro stava quasi cedendo, Zeus sembrava non poter resistere, ma ecco che si trasformò in aquila e le sfuggì dalle mani, lasciandole tra le dita soltanto qualche piuma e tra le cosce ancora quella sensazione tutta nuova di pienezza e bruciore.

Europa dalle gote rosse ed accaldate, dal sudore che le appiccica i capelli biondo-castani sulla fronte. Europa con la treccia che le ricade sui seni e un’aquila ad agitarsi tra le cosce. Ed Ermes dietro un salice a guardare. Ermes dietro un salice che non si fa illudere, che sa bene che quel porco di suo padre ha cambiato sì il corpo, ma non il cazzo, che è rimasto ovviamente quello di un toro.

Zeus che sente Europa cedere ed abbandonarsi. L’imene che infine s’arrende e cede il passo alla pienezza dei sensi.

Zeus che non si è mai sentito così divino, che affonda la sua testolina d’aquila nel ventre d’Europa e l’annusa, ci sprofonda. Zeus che sente la vita e le lecca via il sudore dal calice dell’ombelico. Zeus che sente per la prima volta, veramente, la Donna. Con le dee non godeva per davvero, non aveva mai goduto – con Maia, la madre di Ermes, in quella caverna, non aveva sentito la pienezza della pelle e degli odori, il calore immenso, quella compiutezza densa della vita – con Maia era come unirsi con l’aria, con Europa si fondeva con la terra.

E tutto quell’umido tra le sue piume, quell’immenso bagno caldo – non era il sangue della recente verginità perduta, non era neanche il suo seme ma l’infinito mare dell’infinita fonte del frutto d’Europa – e Zeus già vi sentiva l’incomparabile fertilità di quella terra che lei era in quell’istante, e di quella che poi sarebbe stata la sua terra. Quel lago fecondo e pregno d’odori si andava espandendo sotto i loro corpi in tumulto, bagnava le prime zolle di terra e s’insinuava legandosi ad ogni molecola fino a raggiungere il fondo e diramarsi tutt’intorno. E poco distante da loro, a qualche passo dal fremito delle loro carni, già prendeva forma un germoglio, già si inerpicava e si intrecciava nell’intrico delle sue radici che si arrampicavano nell’aria, a cercare il cielo – ecco un tronco dalla corteccia giallastra ed ecco i rami carichi di fiori iridescenti – e così nacque il Platano Orientale di Creta, dall’incontro con la terra  dell’umano ed il divino.

E Zeus era tutto nel suo sesso, e il suo sesso era tutto in Europa, ed Europa ormai stringeva quell’aquila grigia al ventre e tra le cosce, ed Europa ormai assecondava il suo movimento, anzi – la guidava nel movimento – sempre più a fondo, tutto quell’enorme e viscido membro di bestia, sempre più forte, sempre più a fondo – sempre più vero, sempre più vero, sempre più vero…

E Zeus esplodeva nella pienezza dei suoi sensi, e così esplodeva Europa – ed esplosero insieme, insieme per un attimo morirono e le loro anime si incrinarono – le caviglie d’Europa si tesero e le ali dell’aquila si stirarono e ricaddero in uno spasmo – e Zeus non si sentì mai così divino come in quell’istante in cui era completamente e pienamente animale. Non aveva mai visto il divino così splendidamente realizzato se non in quell’orgasmo con l’umano, in quell’invischiarsi nell’animale – in quel cazzo così deformemente lucido che ora cacciava via da quelle morbide labbra. Il suo essere era tutto in quelle vene pulsanti e rosastre, in quelle pieghe bagnate di seme, sudore, sangue, sesso, terra e vita. La divinità era tutta nel peso di quel candido membro deforme ed irsuto che prendeva forma tra le sue piume e lo obbligava a terra, e gli impediva il volo – e lo forzava alla visione di quell’estasi: quelle perfette cosce ambrate ancora aperte, quelle umide labbra che non si sarebbero più richiuse e a un respiro da esse lo svettare di quel deforme obelisco di carne e nervi e rivoli di sangue – erano distanti un respiro, e proprio in quel respiro che li separava esplodeva lo schianto del contrasto tra due mondi che annichiliva il reale per lasciar spazio alla perfetta realizzazione della santità della vita, per cedere al brivido del sublime.

Ed Europa sorrideva. Sudata, calda ed appagata – nella sua giovinezza, sorrideva.

Europa amava il mare.

Europa amava il mare ed ora viveva in esso, principessa della sua isola, principessa di Creta – e tutt’intorno a sé aveva la brezza di salsedine e lo sfumarsi del mondo, il limite e l’altrove. E tutto il mondo erano i mondi che lei si creava tutt’intorno – e guardandoli si scopriva, tutt’intorno si scopriva.

Europa amava il mare ed ora viveva in esso – e se gettava lo sguardo al di là dell’orizzonte, se perdeva nel confine i suoi occhi color del vento, poteva immaginare quelle terre lontane, quelle terre a settentrione – quelle in cui i suoi fratelli la stavano cercando e l’avrebbero cercata per sempre e in quel cercare, in quel vagare, avrebbero generato i popoli che un giorno sarebbero diventati la vita di quelle terre – se gettava lo sguardo al di là dell’orizzonte, poteva immaginare quelle terre che avrebbero portato per sempre il suo nome.

E quella sera Zeus si sarebbe perso nella malinconia di un ricordo irripetibile, in quell’istantanea della memoria che lo avrebbe segnato per sempre – e così avrebbe contemplato il cielo, avrebbe ricordato per poi essere assalito dal terrore di dimenticare.

Si dice che fu per questo che Zeus volle incidere per sempre quel ricordo nel mondo, per questo volle fissarlo nell’eternità degli astri – e quindi posò il suo sguardo sulle stelle più luminose del cielo, sulle splendide pleiadi, e con le dita le spostò a formare due corna, la stella più luminosa fece l’occhio e poi ne allineò altre a delineare le zampe – e così nacque la Costellazione del Toro. Zeus la creò per non dimenticare, e per far sì che i popoli che un giorno avrebbero abitato quelle terre che da Europa presero il nome levando gli sguardi al cielo, cercando gli astri più luminosi, non avrebbero potuto fare a meno di ricordare d’esser figli di uno stupro animale.

Francesca Cerenà

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Un pensiero su “Europa – poetica di uno stupro animale

  1. Molto brava. Anche nella cosmogonia di Esiodo all’origine del mondo occidentale c’è la violenza sessuale zoomorfa da cui scaturiscono tutti i (dis)valori della nostra “civiltà”. Troppo spesso ce ne dimentichiamo …

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