Lettera del 28 dicembre 2014

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Pyongyang, 28 dicembre 2014

Oggi, dopo un mese di fagioli di soia fermentati a pranzo e a cena, il ristorante Pyongyang ha cambiato menù per me. Un piccione nero come il carbone e unto come solo un topo riesce ad essere si è posato sulla mia finestra poco prima che mi mettessi a tavola e con un lieve scatto del collo è crepato. Dal culo ha rigettato quello che aveva mangiato prima e dalla bocca quello che aveva appena ingoiato: mozziconi di sigarette, qualche verme biforcuto, dei pezzetti di plastica. Non riuscivo a credere ai miei occhi… Cibo! E senza tessere alimentari, senza file chilometriche per una ciotola di riso grigio, senza gli spintoni delle guardie che, uomo o donna che tu sia, ti spingono la mano tra le chiappe, facendo finta di niente, per sentire se il buco ce l’hai aperto o chiuso. E se ce l’hai chiuso ti portano oltre una porta…

In quel momento pensai anche ad un’altra cosa: al piccione in umido di mia nonna… La carne era così morbida che si scioglieva in quel sughetto di soia e verdure. E poi tanto riso cotto al vapore! Con la pancia che brontolava ho cominciato a cuocere il riso ma, con mio grande disappunto, non potevo fare lo stesso con le verdure che non vedevo da circa quattro mesi e mezzo. Nella pentola stavano solo il piccione, che, spennato e svuotato dalle interiora, pareva ancora più nero, e la soia. Pyongyang aveva però in serbo per me un’altra sorpresa: ero ormai rassegnato dal nero del mio destino e del mio piccione quando una macchia lucida e nervosa mi ha attraversato la vista. Solo osservandola schiacciata sul palmo della mia mano notai che era uno scarafaggio di quelli belli grossi e gelatinosi. Ebbi in quel momento l’idea… Lo misi sul tagliere, lo tagliai in tre fettine della stessa misura e lo lasciai cadere nella piccola pentola. Ben scarso bottino… Aprire tutte le scansie e spostare i mobili per cercare nei luoghi più scuri fu questione di pochi minuti e, in men che non si dica, avevo catturato più di venti scarafaggi e qualche larva. Tagliai à la julienne e lasciai cuocere il tutto per qualche minuto, finché il sugo non si fu rappreso un po’ e poi, affondando la testa in quel piatto grigio e nero, cominciai a mangiare. Decisamente meglio di quello della nonna…

Leggendo i vostri romanzi mi pare che i vostri pasti siano un po’ diversi dai nostri, anche nei momenti di penuria di cibo, ma credo che ognuno di noi mangerebbe volentieri la gamba o le guance di un cadavere di tre giorni una volta avvistata la morte. Fino a quel punto io non ci sono mai arrivato, ma ho visto persone farlo. Chi viene beccato viene messo al muro e fucilato (più cibo per gli altri, insomma), chi non viene preso si fa grasso e sorridente, come se avesse un calore dentro che lo riempie. Per loro il socialismo reale non ha mai fallito, anzi ha trionfato dando loro tre pasti caldi al giorno (anche per i figlioletti, in caso di famiglia allargata). Se guardo fuori dalla finestra li intravvedo nel buio appollaiati sui corpi che i camion dell’immondizia non hanno ancora portato via a rosicchiare le ossa e a succhiare il midollo, oppure a tagliare arti e parti ai corpi per poi metterli in un sacco da compere. Quando guardo fuori dalla finestra mi pare di assistere all’autarchia perfetta di un paese. Mi pare di assistere al socialismo reale di un paese senza fine.

Rim Zjung-Man

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