Il Pastore – Parte Seconda (Droga)

L’incontro con la droga fu immediato, quasi non me ne resi conto.

Ero disteso una sera bruna di non so che mese sul divanetto lercio di Madame Lefevre. Quella di Madame Lefevre era una casa chiusa sui pendii pirenaici presso Lourdes. Da lì si godeva d’un’ottima vista (mi sono sempre piaciute le montagne), d’un ottimo oppio e d’una gradevole compagnia. Più che altro era una stamberga di legno marcio su due piani che anche se i gendarmi avessero fatto dei controlli, avrebbero pensato, dal puzzo entrando, che si trattava d’una stalla o d’un letamaio.

Gli ospiti di Madame Lefevre (qualche camionista ubriaco e vecchie carcasse che svenivano dopo un’erezione) venivano accolti nell’ingresso fatiscente dell’abitazione. Lo squallido scolaticcio che pendeva dalle pareti, gli umori lubrici raccolti in un secchio davanti le porte, il puzzo di letame, di sperma, di piscio e sudore mescolato ai fumi esotici delle erbe più disparate, ai medicinali, a quelle droghe di cui non conoscevo neppure il nome (loro me le davano, io le pagavo e le prendevo senza pensarci su): era un ambiente accogliente dopo tutto.

Al piano di sopra quattro ragazze non so se rumene, polacche, italiane (non capivano una parola in francese, eppure saranno anni che lavoravano da Madame Lefevre: avranno avuto la bocca impegnata ad altro) ed una nera che parlava la nostra lingua e la sapeva usare anche bene.

Non mi sono mai piaciute le donne nere, troppo donne, troppo nere, ma lei (la chiamavano Cocotte) aveva un fighino scuro che sembrava fatto apposta per quel nobile lavoro.

I primi tempi non ho avuto rapporti completi con le ragazze di Bernadette (il nome di battesimo di Lefevre: un giorno mi raccontò che i suoi erano devoti alla madonna o qualcosa del genere, diceva che il destino li volle beffare) solo qualche carezza, nient’altro.

Ero su quel divanetto lercio che puzzava di merda, disteso come un barbone, con una spada neanche tanto pulita (l’aveva usata Lazare prima di me, un ragazzotto senza madre che si faceva da quando aveva quindici anni) conficcata nel braccio destro. I preparativi erano semplici, me li aveva insegnati Lazare (io avevo letto il libro di Christiane F. – con non molto entusiasmo tra l’altro – e sapevo qualcosa da Pulp Fiction di Tarantino – bello, davvero bello – ma nient’altro): bisognava squagliare la roba coll’accendino su un cucchiaino piegato; raccogliere il tutto con una siringa (meglio pulita, ma non importa, la merda che ti stai mettendo dentro fa più schifo d’ogni siringa sporca); stringersi il braccio (uno vale l’altro) con un laccio, una cintura, un pezzo di corda; cercarsi una vena buona (che non sia devastata dalle cicatrici); conficcarle dentro la spada (così erano chiamate dai tossici degli anni ‘80 le siringhe); aspirare quanto basta per vedere il proprio sangue mescolarsi alla droga in un vortice sempre più scuro; e spingere, spingere, spingere lo stantuffo fino in fondo…

spingere lentamente, fino in fondo,

sentir subito pulsare alla testa,

come girare tutt’intorno il mondo,

scorrere nell’azzurro lingue infinite,

confondere le membra con lo sfondo.

E poi giungere, giungere mite

alle tempie lievi e poi cadere,

sprofondare fra le coltri inebriate

di letti, velluti, dolci fiumare,

torrenti, alvei perduti in boschi

e limpide fonti d’acque, sognare,

acque fresche, occhi diventano foschi

annebbia la vista e le carni rotte

disfatte grevi ed i muri corruschi

rotanti attorti fioriscono a frotte

colori luci bagliori e armoniosi

rumori che sfuggono a orecchie fatte

morire sentir più forte smaniosi

i miei avi sulla pelle le labbra

e sfiorar toccar i nasi camusi

labbra labbra arse su me sue labbra

morbide carnose scure esplose

erezione toccare glande labbra

scure sul mio glande le insidiose

lingue roridissime succhiar forte

sul glande ah e poi ah rum chiuse dischiuse

di nuovo più forte più sopra morte

e vita e venire e ah venire in bocca

la sua riempita di latte intorte

le braccia al copro nudo come rocca

il nettare il mio nettar divino

e cola lubrico da negra bocca.

“Cocotte!” camicia da notte di lino

bianca su membra nere nere nere

un mare di nero nero che piano

ritorna. Vampe vampe di calore

sulla pelle nuda calore nuda

fuoco scoppiare e di nuovo morire

morire leggero la pelle suda

cader tempie lievi e poi cadere

sprofondare nel divano che suda

su letti velluti dolci fiumare

torrenti alvei perduti in boschi

e limpide fonti d’acque sognare

acque fresche occhi diventano foschi

annebbia la vista e le carni rotte

disfatte grevi ed i muri corruschi

rotanti attorti fioriscono a frotte

colori luci bagliori e armoniosi

rumori che sfuggono a orecchie fatte.

Fu come morire in mondi confusi,

morire, morire e poi dormire…

Schiuma alla bocca, emaciato, occhi chiusi.

Al risveglio vidi lei vestita di bianco (non l’avevo mai vista prima se non di sfuggita o con la coda dell’occhio contare il denaro d’una sera), era quasi bella, prospera, donna. Madame Lefevre, Bernadette, mia moglie.

Leoluca Plminteri

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