Ragazza salsiccia bastone punzecchia – storia di una pioggia di uccelli

Petali verdi che volano via. Uccelli in fiamme che precipitano dal cielo sulla folla.

Una strana ragazza che sembra una salsiccia. Non ha arti. Non ha gambe, né braccia. Ha soltanto il tronco e la faccia. Una faccia paffuta. Una sola costellazione, i suoi due occhi. Piccolissimi occhi cerchiati di nero per renderli ancor più piccoli. Tutti la temevano perché in quello sguardo non c’era niente, non si poteva intuire la benché minima sensazione.

Ancora uccelli in fiamme che precipitano dal cielo e si schiantano sull’asfalto mentre lei arriva. Naturalmente non può camminare, data la mancanza di arti, e rotola. Si ferma su un blocco di marmo che sembra essere piazzato lì per lei, lì soltanto per bloccarla – è infatti solo, insensato, un unico blocco di marmo ad un angolo della piazzetta vuota. Quando il suo rotolare finisce e il blocco la accoglie si trova con la faccia rivolta al suolo. Un bambino si avvicina curioso e prende a punzecchiarla con un bastone.

E la cosa grugnisce: – La finisci, brutto porco! Tirami su, troia!

Il bimbo, stupito dal fatto che quella strana cosa parli, la prende con entrambe le mani, la solleva per guardarla meglio, la rigira, e uno stupore immenso prende forma sul suo volto all’accorgersi che quel pezzo di carne ha una faccia. E ora si sofferma a guardarla meglio, il suo volto si distende, gli occhi sgranano, le labbra si separano lente a formare uno stupore, su tutta la superficie del viso il segno di un’epifania. Le adagia un dito al centro della fronte ed inizia a disegnarle carezze sulla pelle. Lei mantiene la stessa inesistente espressione facciale.

– Come ti chiami? – le chiede il bimbo. E lei grugnisce ancora: – Sono l’incubo della massa. Sono la ripugnanza e il fetore. Sono la lingua del bue mentre mangia la mosca. – E’ troppo lungo, – fa lui, e la sua sincerità non può rivelare più candore. – Posso chiamarti Birba?

La creatura bofonchia e un rivolo di bava le inizia a colar giù dal labbro.

Quel giorno passavo di lì e li vidi, stretti in un semiabbraccio, baciarsi. Quel giorno ero finito lì per scoprire il perché della caduta degli uccelli in fiamme. Non trovai nulla. Per gli abitanti del luogo era una cosa normalissima. Lì non cadeva l’acqua, non pioveva, uccellava. Gli abitanti portavano vistose ustioni sul viso, giallo-violacee, colme di pus. Avevo intuito che il loro baciarsi consisteva proprio nel leccarsi quelle strane pustole con dedizione, e sembrava ne godessero, e sembrava addirittura più di un bacio, più potente di una semplice effusione. Per loro il mondo era fatto così, e dai loro sguardi placidi capivo che non avrebbero mai osato chiedere di meglio. Distante dal mondo, confinato nel lago vulcanico prosciugato, viveva un popolo di gente che si baciava leccandosi le pustole.

Un giorno all’anno celebravano la cerimonia dell’inizio del nuovo ciclo e si organizzava una spedizione nel mondo civile. Gli abitanti si vestivano indossando unicamente un velo nero di velluto che li ricopriva dalla testa ai piedi, senza neanche due fessure per gli occhi. Si muovevano di notte per non essere visti. Si piazzavano vicino l’ufficio postale, in fondo ad uno di quei piccoli vicoli oscuri. Attiravano i ragazzini rimasti in giro fingendo teneri miagolii di micettini in difficoltà e dopo averli sprangati li chiudevano in lunghi sacchi color porpora. Una volta raccolti sette facevano ritorno al lago prosciugato, dalla loro gente. Il sacco veniva aperto. I bambini venivano sacrificati, le loro teste mozzate a colpi di pietre aguzze. Al centro del lago era già sul fuoco un grande pentolone d’acqua salata. Le teste venivano buttate dentro non appena le prime bollicine salivano a galla. Bollite, divise tra la gente e mangiate con gusto. L’indomani la vita avrebbe ripreso il suo naturale corso e i corpi sarebbero stati ritrovati nei cassonetti dell’immondizia della città dove erano stati presi.

“Tutto ciò che si è preso, si restituisce”, questo era il loro motto. Non era affatto falso. Quando nasci, prendi – quando muori, restituisci. Tutto sembrava riducibile a questo principio. Il mondo stesso si muoveva secondo questa legge. Era la legge universale e loro si armonizzavano con essa, la celebravano, la incarnavano e la esprimevano tramite la restituzione dei cadaveri senza testa.

Scoprii che la ragazza a forma di salsiccia era una ragazza del luogo. Anche lei, come tutti, partecipava al rito. Regalò le sue braccia ai bollitori perché aveva fame, e gliele restituirono cotte a puntino. Con le gambe fece lo stesso, così come fece con i seni ed ogni sporgenza del suo corpo. Aveva fame e le piaceva troppo la sua carne. Il ragazzino che la stava baciando aveva riconosciuto in quegli occhi assenti lo sguardo di sua madre, ma lei non lo sapeva, e neanche lui in realtà. Prima di nascere nuovamente viveva nella nuova Babilonia, nel mondo civile, e la ragazza salsiccia era sua madre. Era come se avessero ricordato quel sentimento, che un affetto li legava, ma dimenticando completamente la loro parentela. Quel legame aveva assunto una nuova forma, ma la padella dalla quale venne restituito era la stessa che aveva cotto i suoi capezzoli.

Li osservai a lungo baciarsi fin quando non mi dimenticai degli uccelli in fiamme. Tanto che anche a me sembrò normale che cadessero, ovvio che si schiantassero al suolo, altrimenti come sarebbe stato possibile avere le macchie nere sulla strada?

Un giorno uno degli uomini vestiti di nero mi parlò di uno strano fenomeno chiamato pioggia. Era un qualcosa che accadeva nel mondo laggiù, ma non riuscivo ad immaginare come l’acqua potesse cadere dal cielo.

Alzo gli occhi e vedo…

Petali verdi che volano via. Uccelli in fiamme che precipitano dal cielo sulla folla.

Francesca Cerenà

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