La pottina miracolosa

Rosangela Canalella tra le rose non dischiuse era la più bella. Era giovane e verde, come un lino bianco non ancora scomposto dai turbamenti della passione, ma già si avvicinava a quel cammino di maturazione che porta le bambine a divenire calde ninfe, se non già donne. Aveva ricci neri che le coprivano i seni acerbi e tremuli fianchi nascosti da vesti leggere. Ogni maschio del quartiere rizzava lo sguardo, e non solo, al suo passo innocente. Rosangela Canalella non sapeva ancora di essere del firmamento la più luminosa stella.

Arrivò il giorno di Pasqua, la morte e risurrezione di Cristo nostro Signore. La nostra bambina seguiva la processione in silenzio religioso, con gli occhi bassi e fra le labbra rosse e turgide il mormorio d’una preghiera. Era vestita di bianco, come conveniva alla sua purezza, e il rosa della pelle giovane e vivace s’intravedeva fra le trasparenze della gonna. La veste molciva delicatamente il cespuglietto, soletto e tenero, che già germogliava sul ventre inviolato. Nessun uomo a quella vista così commovente poteva redimersi da un pensiero di lussuria, che su quel corpo virginale ancora più forte scatenava l’ira del Signore.

“Una santa, una santa!” gridava il padre di Rosangela commosso riferendosi alla figliola. “Una santa, Dio mi ha dato una santa!” e così dicendo si segnava la fronte madida di sudore che nascondeva il fremito terribile bramante d’incesto. Povero padre, costretto ogni notte a penitenze corporali per scacciare dalla sua mente un tale desiderio proibito! E povera madre, che non poteva soddisfare con la sua carne matura le bramosie del marito, restando lei stessa inappagata!

Come biasimare l’uomo che, vedendo un così prezioso oggetto del desiderio, folleggia per esso. Omnia vincit amor et nos cedamut amori.

La notte stessa, subito dopo la processione pasquale e la cena preparata da sua madre, Rosangela giaceva irrequieta sul suo giaciglio silenzioso. Una vampa di calore l’avvolgeva tutta ed era coperta da un bagno di sudore. Così bagnata e tremebonda si svegliò nel cuore della notte. Febbricitante e spaventata decise di scoprirsi per trovare refrigerio. E tolse dall’alcova odorosa la grande coperta di lana. Il calore era troppo e quel fuoco non cessava. Allora Rosangela decise di sfilare via anche le candide lenzuola ormai pregne dei suoi umori. Ma questo non bastava. La bambina con gli occhi ancora chiusi e lacrime di sudore che le irroravano la fronte si disfò dell’avvolgente vestaglia che le premeva sulle forme immature. Rosangela non riusciva ancora a dormire. Era come se il fuoco dell’inferno l’avesse presa e il ricordo della passione di Cristo nostro Signore le fomentasse dentro un incendio divampante e inarrestabile. Decise allora, coperta solo dagli indumenti intimi, di svestirsi anche di quelli e completamente nuda aprì la finestra. Era una notte di stelle mute. Sembrava fosse agosto inoltrato e non l’aprile profumato di fiori appena sbocciati.

Nuda, vergine, bagnata, bella.

Rosangela Canalella capì che quel calore che sentiva non veniva dall’esterno, ma una vampa le bruciava dentro. Quell’incendio, capì, aveva il suo centro nel cuore profondo della sua femminilità, là dove nasce, ancora bambina, il gioioso pensiero d’amore; là dove il corpo di una giovane promana la fragranza inebriante della fertilità; là dove una donna custodisce nascosto il frutto doloroso di una nuova vita.

Rosangela Canalella, che tra le rose non ancora dischiuse era la più bella, sentiva il suo dolce scrigno in fiamme.

La piccola sentì un rumore provenire da questa. Prima leggero come il passo del riccio nella foresta, poi un po’ più deciso come il sussurro del leprotto impaurito, dopo ancora più forte come il fragore delle cascate e l’esplosione della tempesta.

“Voglio essere libera! Liberami, monellaccia!” strillò una voce.

Rosangela non riusciva a capacitarsi. Quella voce stridula trillava dalla sua potta!

“Insieme a te la vita non ha senso alcuno! Miserabile verginella! Una noia totale! Ho vissuto per dodici anni prigioniera di queste mutandine bianche, di queste vesti, di questo corpicino tanto carino ma governato da un cervelletto tanto scemo. Chi ti ha riempito le cervella di tante menzogne? ‘la purezza della donna’, ‘la castità come virtù’, ‘il giardino inviolato’. Sciocchezze! Ma da sta notte questo incubo finirà finalmente” e così strillando mosse le sue labbra come per ritrarsi indentro, fino alle interiora della povera fanciulla, e poi in un sol schiocco rimbalzò in avanti, allungandosi come l’umida agnella che sta per essere partorita dalla vacca.

Lo sgomento di Rosangela fu tale che dovette portare le mani agli occhi per non vedere quello scempio ed iniziò a lacrimare. Si spostò in un angolo dove si accovacciò gemebonda e continuò a singhiozzare finché trac! quella piccola peste, appena pelosina e tutta fradicia fu libera ed iniziò a rotolare per la stanza sobbalzando felice.

“Evviva! Evviva! Ce l’ho fatta!”

Rosangela era sconvolta. Non poteva creder che la sua cosina, un tempo muta ed innocente, si fosse trasformata in una furia scatenata e che adesso scorrazzasse separata dal suo corpo e indipendente. Forse era stata troppo dura con lei. Non l’aveva mai ascoltata, quando durante la notte, prima di addormentarsi, sbuffava vogliosa. O quella volta sul calesse, quando ad ogni sobbalzo ruggiva. O ancora quella sera sulle panche della chiesa, quando alla vista del nuovo sacrestano, giovane e bello come un vento fresco di primavera, le aveva inzuppato tutta la sottana. Forse avrebbe dovuto essere più indulgente e assecondare quelle richieste scabrose.

Mentre era persa in questi pensieri tra le lacrime, Rosangela sentì bussare alla porta. Era suo padre che sentendo quel frastuono volle sincerarsi delle condizioni dell’amata figlioletta. Subito allora Rosangela prese quella fringuella allegra e spelacchiata e così tutta nuda si ficcò di nuovo sotto le coperte, fingendo di essere immersa in un sonno profondo. Il padre aprì la porta e non si accorse di nulla.

“Piccola grazia del cielo. Come sei bella vinta da Morfeo. Chissà quali sogni si agitano nella tua mente addormentata!” disse carezzandole la fronte. Poi si guardò intorno circospetto e si sbottonò i pantaloni che gli cascarono alle caviglie. Cacciò fuori una verga mostruosa, gigantesca e dall’odore pungente, tanto che la figlioletta nonostante tenesse gli occhi ben chiusi, per non farsi scoprire sveglia, s’era accorta della presenza di quel membro nerboruto.

“Passione mia infernale, mia dannazione eterna, oh tu figlia, perché sei così bella?” sussurrò quasi piangendo e appoggiò la cappella sulla bocca di quella bimba. Rosangela schiuse le labbra roride passivamente e lasciò entrare il cazzo rossotestuto del padre facendo finta di niente. Quell’odore e quel sapore la inebriarono tutta e la potta pestifera ormai libera e sfrenata a quella vista si bagno più di prima e se non fosse stato per la mano di Rosangela che le teneva strettamente chiuse le labbra avrebbe urlato “a me! a me quel grosso cazzo!”

Il padre nel frattempo iniziò a scostare le grandi coperte che custodivano la figliola pura. Rosangela, come presa da un brutto sogno, si mosse mostrando la schiena, nascondendo fra le mani sotto il corpo la sua potta. Il padre non doveva scorgere né quella potta dispettosa e affrancata, né quel che rimaneva fra le gambe della povera Rosangela.

Quell’uomo eccitato sfilò il cazzo dalla bocca della figlia e prese ad accarezzare le sue terga color di rosa sussurrando: “oh come vorrei essere il primo ad entrare nel tuo giardino immacolato, ad aprire il tuo scrigno segreto, a gustare il tuo cibo d’amore! Ma forse è meglio così, figlia mia. Il fato ha voluto che tu mi mostrassi il culo, delicato come un fiore appena colto, morbido come il pane da infornare, profumato come il mare … così farò mio il tuo piccolo ano e lascerò intatta la tua purezza. Altro uomo coglierà il tuo fiore, così come vuole la Natura!”

Con un po’ di sputo e di pazienza quel membro gigante fu soddisfatto e farcì di seme viscoso la calda creatura che soffocò nel cuscino qualche gridolino per non farsi sentire.

Appena il padre si rivestì e andò via, Rosangela realizzò quanto il fato l’avesse aiutata. Il padre fortunatamente si accontentò del suo culetto da bambina e non scoprì l’orribile mistero che la figlia custodiva.

Il mattino seguente Rosangela si rivestì in fretta e uscì di casa presto per fare le sue orazioni in chiesa. Portava la sua potta ringhiante e scalpitante chiusa in un borsellino.

Giunse difronte alla chiesa, ancora infiorata e addobbata per il giorno di pasqua. Attraversò il sagrato silenziosamente e con il culetto dolorante visto come glielo aveva combinato il padre la sera prima.

“Non potrò più sedermi nemmeno per fare la cacca” pensò preoccupata.

Sui grandi gradoni che portavano al portone principale della chiesa, stava disteso un mendicante triste e solo. Era tanto sporco che il tanfo delle sue vesti rattoppate e annerite si percepiva sin dalla strada. Aveva il volto emaciato e lo sguardo afflitto. Chissà da quanti giorni non aveva mangiato. Tese una mano tremante verso la piccola Rosangela e disse: “oh, astro più luminoso non vidi, meravigliosa creatura, tu che sei così bella, sii anche buona, fammi una carità.”

Rosangela presa da compassione alla vista di quel pover uomo, si affrettò a cercare una moneta. Ficcò due dita dentro il borsellino, dimenticando che lì stava custodita quella peste. Le dita si insinuarono in quella carne inumidita, cercando qualche monetina. Il volto di Rosangela cambiò colore e la sua bocca giovane iniziò ad emettere dei gemiti graziosi.

“Cosa tieni in quel borsello?” chiese il mendicante incuriosito “anch’io ci voglio ficcar un dito!” e ficcò un indice grosso, ritorto e puzzolente in quella pottina impertinente.

Rosangela iniziò a sudare e tremando si mordeva le labbra. Sul suo volto da bambina si dipinse un’estasi di santa.

“Ah! Fermatevi, vi prego. Prendete pure questa moneta, ma non ficcate il dito nel mio borsellino” disse la ragazza con gli occhi chiusi.

Il mendicante allora, ascoltò la supplica della fanciulla e tirò fuori quel dito orrendo ed inzuppato. Poi lo ciucciò con forza, assaporando tutti quegli umori.

“Ecco, signorina! Nessun oro è più prezioso di questa ambrosia divina. Andate, e pregate anche per me”

Così, trafelata e stanca, Rosangela chiuse il borsellino ed entrò in chiesa. Quella potta dispettosa le stava creando mille problemi. Era un diavolo, una maledizione. Doveva sbarazzarsene. Allora prese un chiodo ed un martello, e piantò quella cosina spelacchiata sul muro difronte alla navata principale.

“Oro non farai più danni, monellaccia!” esultò Rosangela che non si era accorta di aver piantato la sua pottina proprio accanto all’acquasantiera.

Appena iniziò la messa e i fedeli cominciarono ad entrare in chiesa, ciascuno ficcò le dita nella pottina, scambiandola per una nuova acquasantiera di porcellana bianca e rosa. Quella pottina non fu mai così felice e infradiciò tutte le dita con gioia immensa. Tutti i fedeli, donne anziane, uomini col cappello in mano, bimbi col vestito buono, si segnavano la fronte con quel liquido sacro e viscoso che lasciava sulla pelle una croce madreperlacea e odorosa.

Il prete stava per iniziare la sua omelia, quando si accorse di quei segni miracolosi.

“Che miracolo straordinario! Dio misericordioso sta lasciando un segno indelebile e profumato sulle nostre fronti. Sia lodato l’Altissimo!” e così dicendo si diresse verso la potta-acquasantiera che Rosangela aveva ben piantato.

“Santo, santo è il Signore! Questo è un dono di Dio onnipotente! Sia lodata la vergine Maria!”

Da quel giorno quella chiesa divenne meta di pellegrinaggio e centinaia di fedeli ogni giorno ficcarono le loro dita nella pottina miracolosa che impazzì di gioia. La pottina bagnò quelle dita assetate di santità e non disdegnò nemmeno il pisello del prete e di quel nuovo sacrestano tanto bello.

Così, quella che a Rosangela pareva una birba peccaminosa e demoniaca, nel cuore della chiesa divenne un dono miracoloso.

Gino Supramonte

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