Il Pastore – Parte Terza – Bernadette

“Sacco di letame! Alzati dal mio divano e smamma, non c’è posto qui per chi non paga”

Furono le sue prime parole per me. La prima volta che mi rivolse la parola. Ne fui ammaliato.

Era vestita di bianco, ma era sporca. Lo si sentiva dal tanfo che emanavano le sue braccia quando mi prese di forza dal divano e mi trascinò a terra. Lo si vedeva anche dalle macchie di non so cosa (pensai “meglio non chiederselo”) che aveva sul grembiule sgualcito, rattoppato, strappato che premeva su quelle forme prepotenti, prospere. Più volte, quando ero fatto d’oppio o d’eroina, avevo sognato di scopare con Bernadette. Anzi no, fare l’amore. L’Amore.

Non ho mai avuto fortuna con le donne io. Alcune erano troppo belle per me, altre troppo esigenti, qualcuna frivola (come Francine che quella notte, ubriaca, aveva preso a sbaciucchiarsi con tutti gli stronzi del locale e ci hanno dovuto invitare maldestramente ad uscire tanto era il chiasso che faceva), altre sbagliate. Ma forse ero io ad avere bisogno di qualcos’altro.

Ed in lei questo qualcosa, che non trovavo in tutte quelle ragazzine pubescenti che si vergognavano la prima sera a mostrare le pudenda (termine caro alla pornografia altolocata), finalmente lo trovai.

Era femmina. In tutti i sensi. Ed era libera, come avrei voluto essere io e non avevo mai avuto il coraggio di essere, fino ad allora. Ed il coraggio per prenderla su quel divano lercio che puzzava di merda e baciarla e poi toccarla e di nuovo baciarla e stringerla e poi scopare quel giorno lo trovai. Mi disse “io non sono in vendita qui, se vuoi far sbollentare la tua erezione mattutina fatti una sega”. Ma io continuavo, insistevo, premevo con il bacino, con il corpo, su quelle carni morbide, floride, capaci, volgari. E lei “senti ragazzo” (non sapeva nemmeno il mio nome) “ sei fortunato, non so perché ma c’ho voglia anch’io, fammi vedere quanto hai nelle tasche…” e cominciò a trafugare nelle tasche dei miei pantaloni e questo mi eccitava, mi eccitava ancora di più. “Ventun’euro e cinquanta centesimi” (il resto lo avevo nascosto prima di farmi per paura di essere derubato durante la notte) “per oggi può bastare”. E fu l’Amore più sporco, più denso, più volgare della mia vita.

Lo facemmo lì per terra. Io sembravo in preda ad una follia violenta da stupratore, lei non sembrava minimamente godere. Finché non mi prese la testa dai capelli e me la schiaccio contro il suo sesso (mi ritornò alla mente la prima volta che lo feci con  Gisèle, la verginella, che credeva che il sesso orale lo facessero solo nei film porno e ci volesse una speciale preparazione fisica). E me la schiacciò così forte che sembrava volesse essere penetrata dalla mia testa. Respiravo a stento. Venne dopo molto tempo. Intanto io ero inebriato da quell’odore di piscio, sudore, stallatico, che rigettava la sua vagina.

Fu grandioso. Ero così eccitato, così euforico. Venni anch’io, sul suo seno morbido, poi si leccò proprio lì dove avevo dimostrato il mio amore per lei. E le piacque.

Due settimane dopo ci sposammo.

Leoluca Palminteri

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