Il Pastore – Parte Quarta – Matrimonio

Il nostro amore. Che amore! Intendo quello tra me e Bernadette. Non avevo mai incontrato in vita mia una donna simile. Così virile e femminile allo stesso tempo, così audace e forte e sporca, ma amabile, candida, sensuale. E non mi importa nulla delle facili conclusioni a cui arriveranno i tanti perbenisti che leggeranno queste pagine (o probabilmente sentiranno da qualcuno visto la loro scarsa attitudine alla lettura) o dei giudizi ammuffiti di tanti chierici marci dentro.

Sì, Bernadette era stata una prostituta, gestiva un bordello (o come preferiva dire lei “raccolgo povere innocenti per la strada e do loro una ragione di vita”), aveva pure ammazzato con un cacciavite uno yankee che faceva lo sbruffone con le ragazze, dopo una rissa nel ’99 (ma non lo raccontava spesso e non ne andava fiera). Sì, io ero attaccato alla bottiglia più di quanto un neonato fosse attaccato al capezzolo di sua madre, avevo cominciato a farmi di eroina con la stessa frequenza di un tossico degli anni ’80 (anche se ne avevo ridotto l’uso perché non riuscivo ad avere più d’una dannata erezione al giorno), facevo a cazzotti praticamente ogni sera con gli ubriaconi che serpeggiavano dentro casa di Bernadette (e cercavano di fottermi, fottere me! qualcuno ci riusciva e non sempre faceva male). Non eravamo certo due santi noi, ma eravamo vivi, molto più vivi di quei diciottenni senza peli in faccia e senza palle che popolavano la chiesa di Lourdes o quei vecchi sdentati che aspettavano il miracolo.

Noi eravamo due spiriti ribelli, due angeli neri perduti nella foschia del mondo. Avevamo dalla nostra le stelle, l’odore della benzina, la velocità, l’alcool, la droga, il sesso contro i muri, il lerciume della notte vera.

Con la droga riuscivamo a trovare noi stessi, a percepirci sensibilmente e spiritualmente. Come entità superiori riuscivamo ad elevarci oltre le cose del mondo, oltre gli uomini e tentavamo le stelle. Con il sesso riuscivamo a concepirci come unica essenza, a fonderci nell’infinito attimo dell’amplesso, ad elevarci sommi sopra le alture aspre della vita insoddisfacente d’ogni giorno per spargere il nostro fulgido splendore al di là delle apparenze. Riuscivamo a sfiorare la perfezione. Eravamo Dio.

Quando ci sposammo fu un matrimonio frugale, rapido, essenziale. Senza preamboli inutili, senza preghiere, senza giudici o notai o preti ad accertare la nostra felicità. Io e lei ubriachi, una notte, la bottiglia fra le mani, distesi per terra in un inverno che sembrava non passare mai e che picchiava forte di neve sulle finestre, sulla porta. Ad ascoltare la nostra promessa un vecchio ubriaco, Cocotte, due ragazzi fatti d’erba e Lazare. Sigillo del nostro inimitabile amore un preservativo usato srotolato, trovato per terra che indossai (lei aveva sempre avuto paura di avere altri figli dopo Albert che l’aveva lasciata sola per sposarsi con una vedova messicana conosciuta in un nightclub, ma pensava che usare dei contraccettivi femminili volesse dire porre limiti alla provvidenza) e scopammo tutta la notte.

Leoluca Palminteri

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