Lettera del 18 gennaio 2015

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Pyongyang, 18 gennaio 2015

Sto invecchiando… Un tempo non credevo alle superstizioni. “Roba da vecchi!” mi dicevo “Il Socialismo si basa sui fatti, sulla scienza della realtà, non su credenze e stregonerie! Chi ci ha messo in testa queste menzogne è la religione! Etc., etc.”, ma ora comincio a non esserne poi così sicuro. L’esistenza delle coincidenze ha cominciato a solleticarmi negli ultimi giorni.

Il 2, lo stesso giorno in cui vi ho scritto l’ultima volta, rincasato dopo essere stato alle Poste Centrali, dove avevo imbucato la lettera (solo da lì, infatti, può essere spedita posta verso l’estero), ho ricevuto una telefonata dal Ministero del Turismo. Un gruppo di turisti italiani sarebbe atterrato a Pyongyang il 7 e sarebbe poi ripartito il 17 sempre dallo stesso aeroporto. Quello con il Presidente Eterno ed Enorme davanti a salutarvi col profumo di fiori, per intenderci. In quei dieci giorni sarebbero stati a Pyongyang dove avrebbero fatto un tour guidato tra musei della Rivoluzione, ristoranti vuoti e spettacoli colorati e danzanti per poi muoversi gli ultimi quattro per un tour delle bellezze del paese. In quei dieci giorni avrei dovuto far loro da guida. La paga era decente e per lo meno mi avrebbe permesso di mangiare qualcosa che non fosse quel piccione in umido dell’ultima volta…

Non si trattava comunque di accettare o rifiutare, il lavoro era quello.

Il gruppo era composto da sette amici: due coppie e altre tre persone. Michele e Laura erano la prima coppia, Dario e Raffaella la seconda, e Adele, Oreste e Nello il primo e unico trio. Li ricevetti con la gentilezza, il servilismo e la rigidità marziale di un buon coreano del nord e di questo ne vado fiero. Nessuno di voi abbasserà gli occhi davanti ad un muso pallido, diceva Kim Il-Sung quando gli americani-figli-di-cagna vennero qui ad invadere la nostra Rivoluzione, e questo è l’ordine, e chi discute gli ordini è un sovversivo.

Dopo la rituale fioristica sosta ai piedi del Presidente Eterno, li guidai al loro albergo parlando del più e del meno e della città, delle sue vie large e spaziose, degli edifici colossali e del cielo che solo in Corea del Nord è così azzurro e pulito… E loro mi fissavano affascinati distogliendo lo sguardo solo se fuori dal funestrino faceva capolino un passante o un autobus. Quelli erano avidi di persone, non di luoghi o di megalitiche statue del Leader. Non dei nostalgici dell’URSS o della Cina maoista, ma banali curiosi. Curiosi come lo si può essere di una bestia rara portata dall’Asia dall’esploratore inglese che, giunta a Londra o a Parigi, è esposta come preziosità coloniale in una gabbia. E la gente tiene gli occhi sbarratamente fissi su quell’animale raro. Non sa se temerlo o attirarlo.

Solo dopo qualche giorno e qualche museo della Rivoluzione cominciammo a parlare con più libertà. In particolare con i tre ragazzi single che parevano più spigliati e più desiderosi degli altri di fare festa. Eravamo al ristorante italiano in via Kwangbok quando iniziarono a sbottonarsi. Io avevo ordinato il piatto di pasta che costava meno (queste spese sono a carico nostro, non dei turisti o dello stato) mentre gli altri si erano dati da fare con pizze, pizze con spaghetti, polpette e altri piatti di cui non riuscirei a ricordare il nome neanche sotto tortura. Dopo i primi assaggi, però, capii che non solo avrei mangiato abbondantemente quella sera stessa ma anche il giorno dopo, e a spese dei miei cari turisti italiani!

– Ma Dio mio, ma mi pare ‘na suoletta questa pizza! – esclamò Nello

– E ‘sti spaghetti li vedi? – disse Dario alzando con una sola forchettata tutto il piatto di appiccicosi spaghetti di grano.

– Te l’avevo detto io di prendere le polpette. Quelle almeno le fanno in tutto il mondo! – lo stuzzicò intervenendo Adele.

– Io lo so perché ti piacciono così tanto le polpette, Adelaide! Perché ti sembrano i coglioni che ti piace ciucciare! – le sghignazzò in faccia Nello.

– Ma come ti permetti? E poi non chiamarmi Adelaide!

– Ma come si permette ‘sto qua?

– Oh, ma io mica mi lamento di quel che si mangia! Ci hanno portato qui per farci piacere perché siamo italiani! Cerchiamo di essere rispettosi, dai!

– Ma smettila di fare il maestrino di rispetto che sei un drogato te! – gli urlò in faccia Raffaella ridendo di gusto.

– Silenzio! Ma pensa se Rimmel qui ci va a fare la spia e ci arrestano perché fumiamo dei cannoni! – sussurrò Michele in direzione degli altri voltandomi per un attimo le spalle. Ma anche quel filo di voce arrivò alle mie orecchie allenate dai duri e obbligatori corsi di delazione.

Un attimo di silenzio divagatorio mi permise di intervenire. Gli altri per divagare si erano rifugiati nell’acqua e nel liquore di soia – State tranquilli, – dissi – anche qui c’è la droga!

– Nooo… Non ci credo? E cos’avete, la soia allucinogena? – chiese Dario alzando un sopracciglio.

– Ma che dici? Non hai letto Il mondo nuovo di Huxley? C’avranno delle pillole che ti fanno il lavaggio del cervello! – intervenne Oreste, che fino a quel momento era rimasto in silenzio a fissare Nello e Raffaella, maledettamente vicini a quel tavolo. Se la prese con lui, anche se non c’entrava nulla, era il primo che gli capitava a tiro, e gli buttò addosso tutta la sua cattedra in letteratura anglofona.

– Come sei noioso…

Quella frase di Adele avrebbe potuto fermare la rotazione della terra, se avesse voluto. Non appena ebbe aperto bocca, tutto si fermò, in particolare la voce gallinacea di Oreste che morì in un singulto. Il suo sguardo diceva molto: voleva sì risponderle vincendo lo scontro verbale ma voleva anche essere dolce e amorevole per non farla indispettire. Voleva il mare e la montagna assieme. Abbassò lo sguardo senza dire nulla.

– Io – osò Nello rompendo il secondo silenzio e aprendo il terzo atto della conversazione – ho sentito dire che qui in Corea del Nord l’erba è legale! È vero?…

– Legale? Legale è dir poco!

La marijuana non è né legale né illegale in Corea del Nord. Essa è al di là delle leggi, come il nostro Presidente. E non solo la marijuana ma tutte le droghe. Non essendo esse sottoposte a giurisdizione possono essere consumate da chiunque e a qualsiasi età, facendo solo attenzione al luogo. Se ti trovano a drogarti per strada mentre ti fai due risate con gli amici probabilmente finirai per fare bisboccia in un campo di lavoro sperduto tra le montagne. Anche là tanto cresce l’erba e, tra una camionata di acciaio e una di carbone, da trasportare rigorosamente a spalle, casomai una canna ci scappa anche. Ma in casa propria, con le dovute cautele contro gli odori e i mozziconi sospetti, chiunque può fare qualsiasi cosa. La regola è sempre quella: rispetto e paura per le forze della pula. (Che ne dite, ho reso bene il proverbio? Ho fatto anche la rima! Poi “pula” mi piace come parola, me l’hanno insegnata loro!)

Molte volte con i miei amichetti di scuola, quand’ero un bambino e abitavo ancora nella campagna che circonda la capitale, ci appartavamo nelle case abbandonate o nei fossi più grandi degli altri e lì andavamo a caccia di fiorellini verdi e ci riempivamo le nostre pipe di legno. Passavamo in quei posti tra fango e rane gran parte dei pomeriggi dopo la scuola. Ed è sempre lì che abbiamo comprato e fumato per la prima volta dell’oppio che un vecchio montanaro ci vendette per poche monete e una fetta di formaggio. Ci sdraiammo quindi su un prato e poggiata la pietruzza su un sasso molto grande la fumammo poggiandoci sopra un coltello arroventato su un piccolo fuocherello e aspirando forte. E così rimanemmo finché mia sorella non mi venne a chiamare per l’ora di cena. Mia madre era chiaramente su tutte le furie per il mio ritardo ma, per fortuna, non si accorse del mio stato pietoso e nemmeno del coltello che avevo nello stivale e che spuntava pericolosamente. Lo portavo sempre con me e lo usavo per ammazzare e sbudellare le lucertole e le rane che arrostivamo sul momento e poi per minacciare gli altri bambini. Assumevo così su di me il potere che ogni giorno ero abituato a vedere nei manifesti, per radio e nella Guardia Rivoluzionaria che sorvegliava le strade. Capivo finalmente perché tutti erano così sorridenti e gioiosi quando si mettevano in uniforme e alla cintura avevano una pistola e un manganello. I simboli del potere divino che si materializza nelle botte cieche e nei colpi di polvere da sparo. Quel coltello mi dava vita. Tutto finì quando lo diedi ad un motociclista in divisa in cambio di una pallina di mescalina. Il mio potere sui bambini e sui piccoli animali crollò in quel momento lasciandomi solo in una strada da poco asfaltata di grigia uguaglianza. Quel giorno, oltre a tutto quello che scoprii con la mescalina, mi resi conto della natura effimera del potere e di come esso sia indissolubilmente legato non ai mezzi di produzione ma ai mezzi di persuasione violenta. Da quel giorno non rubai più la merenda ai miei compagni di classe, non minacciai più i più piccoli di cavare loro gli occhi, non feci più alzare la gonnella alle mie amichette che per farmi piacere o per paura si toglievano anche le mutandine davanti a me e me le regalavano. Ah, i dolci anni dell’infanzia… Probabilmente fu quello il giorno in cui decisi di iniziare a scrivere, o per lo meno scrivere una grande opera: un saggio sull’attuazione del potere attraverso la violenza. Mi sono fermato dopo le prime dieci pagine, mi sembrava di ripetere sempre la medesima cosa con le medesime parole. Credo siano queste lettere la cosa che più si avvicinano a quell’intento, per quanto quasi tutte siano state più volte rimaneggiate e tagliate per evitare di cadere nelle banalità della saggistica.

All’età di dodici anni ci recammo persino sulle montagne che sovrastavano il nostro villaggio rurale. Lassù si diceva che fosse pieno, oltre che di canapa, anche di piante di coca. Quel giorno scoprii che le leggende hanno un fondo di verità e che eliminarle sia un notevole stratagemma per lasciare più divertimento agli altri. Ricordo che riempimmo gli zaini delle foglie di una pianta e dei fiori dell’altra e che cercammo per ore il modo migliore per assumere quelle foglioline che mai avevamo provato ma che più volte avevo visto tra le mani e le bocche dei più vecchi. Provammo a mangiarle, poi a fumarle e infine, quasi come se fosse una gara per capire chi di noi era il più coraggioso, finimmo per infilarcene una mezza dozzina su per il culo. Sta di fatto che alla fine, quando tutto cominciò a fare effetto, iniziammo a correre e a saltare tra gli alberi e ruzzolando giù tornammo a valle dai nostri genitori più vecchi e più sapienti per la tanta esperienza fatta.

Passarono molti anni prima che quelle avventure tornassero nella mia vita. Quando ci trasferimmo dalla campagna in città, a seguito della morte di mio padre, lasciai dietro di me molte cose oltre agli amici, ai primi amori adolescenziali e alla giovinezza, tra queste la natura, dispensatrice di droghe di ogni genere. Mi diedi per un periodo abbastanza lungo a cose più pesanti che riuscivo a trovare nel giro del gruppo di filosofia della scuola, poi lasciai anche quelle e con l’università mi accostai all’unica droga buona per il cervello: gli psicofarmaci.

Non sono però stati gli studi a cambiare la mia visione su questo argomento, ma il lavoro che ho intrapreso dopo la laurea. Fare la guida turistica per quei pochi italiani che visitano la Corea del Nord è soltanto un “passatempo” per raccimolare qualche soldo in più, ma la mia vera occupazione è il muletto del capannone F-5, settore droghe sintetiche della grande industria di stupefacenti di Pyongyang. Qui ho finalmente visto come tutto il misticismo e le religioni non sono altro che pillole e pilloline e che la realtà di composti e pozioni è molto più potente. La verità ci viene ogni giorno a galla quando togliamo i residui di quel tal liquido dopo averlo vuotato nella cisterna di quell’altro.

Non chiedetemi di dire i nomi, non li so in coreano e non li so di certo in italiano, io seguo solo le sigle sigle stampate sulle cisterne: prima ci va un po’ di A5, poi B3, mettere nel forno coi neon per 15 minuti, spingere sul rullo per chi poi taglierà e dividerà in casse, sacchi, sacchetti e buste. E così per tutte le altre ricette. E ce ne sono tante altre, ma questa me la ricordo perché le teglie le puliamo per bene dopo! Da come ho descritto il mio lavoro sembra che sia un cuoco o qualcosa del genere, ma io cucino ben altre cose… È da mangiare che manca qui, il resto ce l’abbiamo tutto, società unanimitarie, non vi preoccupate per noi!

Chi fa le ricette, chi fa i liquidi dentro le botti e chi ci scrive le istruzioni non lo sappiamo, forse sono quelli che stanno prima di noi nella catena di montaggio, forse loro hanno i loro uffici, con altri uffici sopra e altri ancora più su, fino ad arrivare alla punta del grattacielo. L’attico di Kim Jong-Un, l’assaggiatore ufficiale della droga coreana!

Chi può saperlo…

E da qui poi dove va? Arriva per le strade, nei negozi coreani, nelle case delle nostre famigliole, nella carne del supermercato, nella zuppa surgelata, in casa vostra. La Corea del Nord produce circa il 78% della droga sintetica mondiale, lo sapevate? È questo che tiene in piedi il nostro Stato dopo decenni di eremitaggio ideologico. E sembrano millenni, ve lo giuro… Lo Stato Coreano non solo vende la droga al suo popolo (senza però che la cosa sia troppo esplicita, la moralità dello Stato non è da mettere in discussione!), ma a tutti i popoli del mondo! Gli spacciatori, le bande criminali, la mafia sono tutte facciate. Chi muove i pezzi grossi della scacchiera è Kim Jong-Un. Chi vende sul serio droga è lo Stato.

Il Socialismo finalmente si invera nelle sostante più scientificamente reali.

Ed è così che si realizza il Comunismo mondiale e sfrenato! Chiunque nel mondo si fa della stessa roba e sente gli stessi sballi in qualunque parte del mondo essa si trovi! Non è meraviglioso? Qualunque persona del mondo sente le stesse cose, negli stessi momenti e negli stessi modi. Nient’altro. Non esiste unicità, solo schemi dittatoriali che si estendono su tutte le terre.

Non mi sentirò mai troppo vecchio per un’ideologia del genere.

E non sei felice di avere il tuo acido per lo sballo e per pensarti poi un mistico sceso dai monti? E non sei felice tu di prendere la tua coca e pensare che saresti stato un perfetto Tony Montana? E non ti senti totalmente pieno quando vedi Dio di fronte ai tuoi occhi in forma prismatica quando ti fumi il DMT?

Ecco, in quei momenti pensa soltanto a questo: potrai essere lontano migliaia di chilometri, potrai essere separato da oceani, montagne, eserciti più potenti di mille draghi, potrai anche essere su una stazione spaziale che orbita intorno alla terra o su un pianeta freddo e buio, ma ricorda, non girare mai uno spinello usando come cartina un giornale con la foto del Leader. Non bisogna mai piegare la sua Immagine. Mai.

Rim Zjung-Man

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