Il Pastore – Parte Quinta – Lavoro

“Sacco di letame! Alzati dal mio divano e smamma, non c’è posto qui per chi non paga”

Avevo finito tutti i soldi e non sapevo dove andare. Quell’aria di montagna però mi piaceva, Bernadette, le ragazze, Lazare, i vecchi beoni spagnoli. Mi ero fatto degli amici, stavo bene. Finalmente ero riuscito a trovare un ambiente che non mi fosse ostile, in cui potevo essere me stesso. Certo bisognava fare i conti con le risse della sera, i sorci, la sifilide, le crisi d’astinenza, ma non volevo andarmene per nulla al mondo. Lì ero vivo.

E quel passato infelice da universitario, da figlio di papà, che tristezza! Mi sentivo prigioniero, schiavo di mio padre, degli obblighi che la società impone, delle paure, delle incertezza, di me stesso. Non ero un uomo, ero un niente, una formica che si agitava senza senso.

Da Bernadette, invece, ero vivo. Ero libero. Riuscivo a concepirmi finalmente un tutt’uno con la natura, con la gente. Sapevo che il mio posto era lì e non sarei andato.

Dovevo trovarmi un lavoro. E non fu così difficile come tutti dicono.

Mi presentò Bernadette un certo Antoine, un vecchio che abitava nelle montagne solo da anni con le sue capre. Non riusciva più a badare alle sue bestie, vecchio com’era, e aveva bisogno di una mano. Era un poveraccio e mi avrebbe pagato con i formaggi che avremmo dovuto produrre. A me stava bene e inoltre avrei avuto vitto e alloggio gratuiti presso di lui.

Lavorare tra le mie amate montagne era un sogno che si realizzava. Tutta quell’aria fresca, ricolma d’odori, di fragranze. I colori accesi dei fiori a primavera e i loro pollini errabondi, il verde virente dei boschi tra le vallate, il bianco sulle vette ardite. Ed il vento che spirava d’estate, che vento. Era come un manto avvolgente, delicato. Il lavoro non era troppo difficile, dopo i primi giorni che sembrava che le capre facessero pascolare me, cominciai a capire come funzionava. Era cominciato l’inverno e al pascolo faceva sempre più freddo e c’era sempre meno erba da mangiare. Le capre, però, s’avventuravano tra i rovi in cerca di arbusti verdi, sulle rupi più impervie. Il freddo si faceva sentire forte e il cielo fioccava di neve.

Giunse il periodo dei parti, a gennaio, Antoine mi fece vedere come partorivano le sue ragazze. Le capre che dovevano partorire diventavano irrequiete, si agitavano, quando davano alla luce i piccoli si sdraiavano a terra e spingevano forte, poi pulivano come potevano con la lingua i corpicini sporchi di muco e placenta. Era un ciclo che si ripeteva ogni anno, da secoli, millenni. Tutto ciò mi aveva sempre affascinato, ma vedere con i propri occhi la natura compiere il suo corso ineluttabile e meraviglioso, fu diverso. Mi sentivo un po’ padre anche io di quei piccoli capretti che sgambettavano confusi in quel mondo così nuovo, ma nonostante questo così vicino, così loro.

La piccola Fantine ebbe un parto difficile. Era una primipara, non aveva esperienza, eppure l’istinto la faceva muovere come le sue compagne più anziane. Antoine notò subito che espelleva sangue dalla vulva. “Mi è già successo” diceva “devo intervenire o perdiamo il capretto”. E cominciò ad esaminare la sua capra, lei era già distesa di fianco per terra sulla lettiera di strame e belava piano. Antoine si tagliò l’unghia del mignolo della mano destra che teneva lunga (comodo utensile) ed inserì la mano all’interno della vagina di Fantine che non riusciva a dare alla luce il suo piccolo. Io ero rimasto ad osservare Antoine, le sue mani esperte, il modo in cui carezzava Fantine sul ventre. Erano figlie per lui, le sue capre, le figlie che non era mai riuscito ad avere. Dopo un’ora buona nacque tutta tremante una capretta bianca sporca di sangue e placenta. Antoine la prese “il parto è andato bene, ma devo prendermi cura di Fantine” e me la diede tra le braccia. Così piccola, così pura. Mi disse di metterla al caldo e disinfettargli con la tintura di iodio che teneva nell’armadietto della stalla, il cordone ombelicale che sanguinava e di stringerlo forte. La pulii delicatamente, la medicai. Mi sentivo utile a qualcosa, ero parte della natura, del suo meccanismo perfetto, ero parte di quella perfezione.

Dopo i parti iniziò la mungitura. Mungevamo le capre che avevano appena partorito al mattino presto e alla sera quando rientravamo dal pascolo. Non era semplice mungerle a mano (le mungitrici automatiche di Antoine erano vecchie e non aveva abbastanza soldi per comprarne di nuove) però sentivo il loro calore, il latte tiepido scendere nel secchio, provavo un piacere intenso.

Con quel latte producemmo i tipici prodotti caseari di montagna. La prima cosa che imparai a realizzare fu la ricotta. Ero soddisfatto della mia vita, tutto adesso aveva un senso.

Leoluca Palminteri

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