Il Pastore – Parte Sesta – Esame

Stavo scendendo verso il bordello con un paio di canestri di ricotta fresca. Volevo far assaggiare a Bernadette il frutto del mio lavoro. La ricotta era ancora calda e sierosa e faceva un buon profumo d’erba di montagna, quella che mangiavano le capre ogni giorno. In quei canestrini c’era la dimostrazione che nella vita ero riuscito a fare qualcosa di buono. In passato avevo lasciato troppe situazioni incompiute che aspettano ancora di essere concluse e che fanno male dentro. Finalmente la mia vita era cambiata e la prova stava proprio dentro quei canestrini.

Stavo per arrivare al bordello quando vidi per strada tutta trafelata una ragazza vestita da suora.

“Posso aiutarti?” le dissi.

Non mi sono mai piaciuti i cattolici con la loro stupida ostentazione della propria fede, con i loro paramenti sacri e le loro sacre celebrazioni. Ma avevo sempre avuto in testa una fantasia erotica, come dire, boccaccesca: sognavo spesso di fottermi una suora. Ma una suora carina, giovane, dai lineamenti gentili, non come quelle vecchie baffute che si vedono nei conventi di clausura o negli ospedaletti privati. Fare del buon sesso con una suora sarebbe stato come profanare qualcosa di sacro, come mettersi in competizione con Dio stesso. E tutto questo mi eccitava parecchio.

“No grazie stavo solo passando di qua, ho preso l’autobus che lascia a XXX e da qui sono quasi due chilometri e mezzo in salita”

Era bella. Sguardo smeraldino che raccontava di mari lontani e perduti, di oceani profondi e isole felici in cui fare l’amore. I capelli erano nascosti dal velo claustrale, ma ne usciva morbido e ondulato un riccio nero che risaltava su quella pelle di madreperla. Aveva un nasino affilato e due labbra rosa e turgide che sembravano fatte a posta per essere baciate e per baciare altrove. Portava le mani piccole e curate al petto, come per riprendersi dalla stanchezza e di tanto in tanto riprendeva fiato sospirando lievemente come dopo un amplesso bellissimo. Il seno era imprigionato da quell’abito scuro, ma restava sodo e provocante, quasi volesse evadere prospero e rigoglioso. I fianchi, anch’essi nascosti dalla tonaca che le arrivava fino alle caviglie, erano sinuosi e sottendevano un fondoschiena altrettanto sinuoso e sodo. Portava dei sandali di cuoio che lasciavano intravedere un piedino bianchissimo, col tallone roseo.

Avevo già un’erezione, ed era abbastanza evidente. Me ne accorsi perché lei ad un tratto guardò in basso, divenne tutta rossa in volto e cercò di far finta di niente. Quella sua timidezza mi stimolava in modo folle. Ma non era vera timidezza.

“Ti prego … lascia che ti … che ti aiuti” balbettai confuso ed eccitato e presi la valigia che si portava appresso. Pensai inizialmente che dovesse soggiornare un paio di giorni in montagna, magari per far visita ad una consorella o un’amica. Ad ogni modo mi piaceva troppo per lasciarmela sfuggire così.

“Sei una suora?” domanda idiota. Non mi era mai successo di essere così imbranato con una ragazza, ho sempre abbordato con una certa naturalezza donne anche più grandi di me. Ma con lei era diverso, mi piaceva da impazzire per via della mie fantasie erotiche e soprattutto del suo aspetto così attraente. In più quell’abito mi metteva un po’ in soggezione.

“Bè sì” e si toccò la tonaca dai fianchi per indicarmela.

Con quel gesto per sbaglio sollevò leggermente l’abito che lasciò svelare le caviglie sottili una delle quali adornata da una cavigliera vermiglia (che poi seppi di corallo). “Strano per una suora” pensai. Involontariamente la ragazza con quel gesto aveva anche fatto aderire la tonaca al suo corpo sensuale. Non portava il reggiseno (poi seppi nemmeno le mutandine). Questo era ancora più strano e fantastico.

“Tu, invece, cosa sei?” mi chiese con quell’aria da bambina che sa bene di non dover parlare agli sconosciuti, ma lo fa comunque perché in fondo le piace fare la civettuola.

“Io? … Domanda complicata. Ho passato vent’anni della mia vita a chiedermi cosa fossi. Adesso sono un pastore.”

“Oh che bello, sai mi sono sempre piaciute le pecore, le montagne, l’aria selvaggia e fresca che ti entra dentro ai polmoni e poi tremo tutta” sorrise. Dovevo scoparmela.

“Come ti chiami?”

“Magdeleine, suora Magdeleine”

Avevo notato che mi guardava in modo strano come per voler compiacere alla mia evidente eccitazione. Stava flirtando con me, era chiaro.

“Dove vai? Da queste parti non ci sono conventi. Vai a trovare un’amica?”

“No. Vango da Lourdes, è lì che si trova il mio convento. Ma adesso sto ritornando a casa da mia madre, perché sto poco bene.”

 “Mi dispiace tanto, se vuoi posso aiutarti. Sai io ho studiato medicina per parecchi anni …”

“Davvero?”

“Sì certo. Volevo specializzarmi in ginecologia, poi però fui deluso dall’ambiente. Sai come è …”

 “Allora potresti …”

“Dare un’occhiata! Certo!” (Bingo).

“Ma no … io … io mi vergogno un po’” si vedeva chiaro che aveva voglia di giocare, ormai era fatta.

“Sei una suora, ho rispetto per quell’abito e per il paziente. Non devi vergognarti di nulla”

La portai dietro a degli alberi che creavano una sorta di separé, non molto distati dalla strada.

“Sento un forte bruciore proprio qui ogni volta che … ah per esempio adesso” mentre recitava la sua parte di paziente si sollevò la tonaca fino alla vita. Ai miei occhi apparse uno spettacolo meraviglioso. Due cosce bianchissime e sode che sembravano essere state levigate dal vento o dalla mano esperta d’uno scultore. Ed il pube nerissimo che profumava di incenso e mirra.

“Lasciami vedere un attimo”

Mi inginocchiai e la baciai lì dove le faceva male. Sospirava e godeva gemendo dolce e lieve, come un angelo. Prima che venisse mi fermai.

“Sento da queste grida che stai ancora male, dovrò fare un esame più approfondito” e mi sbottonai i jeans. La adagiai sul suolo umido tra l’erba e la possedetti come forse nessun uomo ha posseduto mai una suora.

Leoluca Palminteri

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