Lettera del 25 gennaio 2015

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Pyongyang, 25 gennaio 2015

Ieri, sabato 24 gennaio, mentre tornavo a casa dal lavoro, è successa una cosa che definirei particolare. O forse mi è sembrata tale solo per una ragione che alla fine della lettera potrà essere facilmente compresa.

Percorrevo la strada a lunghi passi, con il viso ficcato nella massa a sbirciare un viso, degli occhi, delle mani non guantate, dei capelli gonfiati dal vento, ali per un folle volo. Guardavo e pensavo quanto fosse vacuo quel vagare senza vangare. E con vangare intendo scopare. Dopo aver stretto tra le braccia la piccola Hee-Young nulla mi sembrava come prima. Tutte le donne che prendevo, che legavo, che mangiavo con ogni parte di me mi sembravano solo pezzi di carne che non avrebbero mai potuto sfamarmi. Ripensavo al suo odore da bambina che rimaneva per giorni tra le lenzuola e alla sua voce cristallina che rimbombava tra le pareti della casa. E più ci ripensavo e più non capivo perché mi rifiutava. O meglio lo so perché mi ha abbandonato, ma non lo dirò. Non voglio verbalizzare quello che sto pensando. Non desidero che prenda forma; che rimanga una macchia nel mio pensiero! Oh, ma se solo avessi…

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Le sirene dell’allarme aereo risuonarono per le vie della città scuotendomi dai miei pensieri. Tutto si fermò e prese una direzione unica. Una coreografia à la coréenee si disegnò per i marciapiedi e per le strade e in pochi ordinati minuti tutto finì sottoterra. Come un lavandino pieno di acqua si svuota quando si toglie il tappo, così l’oceano di persone venne prosciugato dai bunker e dai rifugi, fogne della salvezza, luogo di regresso umano, grotta in cui l’homo sapiens sapiens torna indietro nel cammino darwiniano fino alla scimmia, al ratto, al verme, al microbo, al minerale. Le sirene stapparono quel momento di caos metropolitano mutandolo in un cosmo di baccano progettato.

La città veniva sottoposta periodicamente e a sorpresa a queste esercitazioni. In vista della guerra con la quale la Corea sarebbe stata riunificata e in cui il nostro Popolo avrebbe risalito il torrente della storia e vi avrebbe inciso il proprio nome. Nel caso dovessero bombardare le nostre città, caso molto remoto data la potenza del nostro Esercito, è necessario che sappiate ripararvi per soppravvivere e resistere contro il nemico. Qualunque cosa stiate facendo, in qualunque luogo voi vi troviate, quando sentite questa sirena dovete immediatamente dirigervi verso il rifugio più vicino a voi. La città è divisa in zone e ogni zona possiede un rifugio, come anche ogni palazzo abitativo e lavorativo e ogni fabbrica. Una volta dentro aspetterete il segnale di fine allarme e solo allora potrete aprire le porte, uscire e riprendere le vostre attività. Chi non seguirà le direttive sarà severamente punito. Questo insegnano a tutti a scuola, al lavoro, nel condominio… ovunque, in modo che nessuno possa mai dire “ma io non lo sapevo!”. Lo dovevi sapere! Fucilazione!

“Io lo sapevo, fucilatemi pure, che m’importa ormai?” avrei detto io con voce ferma se mi avessero preso. Avrei accettato l’ultima sigaretta, l’avrei fumata con calma e con occhio languido, per affascinare le donne, e poi avrei rifiutato la benda e ritto mi sarei offerto alle canne dei fucili. Una morte da film di propaganda, ma dove la figura dell’eroe l’avrebbe fatta il sovversivo.

Ero sicuro della mia eroicità come lo ero della stupidità delle guardie e dei militari in generale, ma, quando a lato del marciapiede vidi un parco completamente vuoto e mi ci nascosi, non lo feci come atto di eroica rivolta verso il potere ma per fastidio. Sì, fastidio di quei rifugi costruiti negli anni ’60 e gocciolanti umidità, piscio e feci. Stanze di cemento senza nient’altro, neanche delle sedie o delle panche. Se hai bisogno di andare in bagno accomodati, falla dietro un vecchio che dorme. Nulla lo sveglierà e sarà codomo riparartici dietro. Se poi sei un tipo spiritoso sdraialo a terra per farlo riposare meglio, i tuoi bisogni lo terranno al caldo fino alla fine dell’allarme. Eviterà di prendersi il raffreddore. Fastidio dell’alito fetido della gente, del bambino che frigna a più non posso perché correndo verso il rifugio ha perso il suo orsacchiotto, fastidio del porco che vorrebbe mettergli il cazzo peloso in mano e dirgli che è quello il suo orsacchiotto ma che non potendo farlo ti strofina il palo ritto sul culo. E tu non puoi muoverti perché c’è troppa gente. Fastidio del vecchio che grida perché gli hai pestato un piede, fastidio delle donne e dei loro gridolini, come se a qualcuno davvero importasse di bombardare questo paese di stracci e cemento! Fastidio di me stesso che ansimo stretto dalla gente ma che non ho abbastanza forza per ucciderli tutti a mani nude!

Quel giorno quell’allarme mi disse una cosa nuova: disobbedisci! Resta fuori dal rifugio, nasconditi, torna a casa se riesci, ruba, spacca tutto, sputa sulle statue dei Leader, urla! Buttati a terra, salta, strappati i vestiti, sii animale!

Le strade erano vuote, deserte. Il silenzio ritornava a scendere come una nuvola sulla città. Ritornavano a cinguettare gli uccellini e tutt’intorno c’era un tubare di piccioni che parlava col mio io più profondo: la ribellione era tutto ciò che mi circondava e che non parlava. La rivoluzione era la natura. Io e gli animali, le piante, i sassi e l’aria stessa che non avevamo risposto a quell’allarme avevamo dato inizio ad una rivoluzione!

Ma quel colpo di mano del nostro taciturno gruppo roluzionario ebbe vita breve. Scese sulle strade un rombo che scosse la terra e l’aria, e non era il baccano che poteva produrre una camionetta di guardie, quel tuono sembrava provenire da un’intera metropoli in movimento. Dall’angolo della strada fece allora capolino un corteo di carri armati, missili, razzi, contraerea e in scala tutte le cose più grandi che potete immaginare. Girato l’angolo iniziarono ad avvicinarsi lungo il viale e fermarono la marcia proprio davanti al parco. A poco meno di venti metri di distanza dal cespuglio in cui mi ero rifugiato si era parcheggiato un mezzo enorme trainato dal più grande camion che avessi mai visto in vita mia e che portava sul suo rimorchio una fila di bombe allungate e con piastre corazzate posteriori particolarmente grandi. Erano ben fissate al loro sostegno, un piedistallo nero e lucido che pareva fatto per sostenere una statua in una galleria d’arte. E le bombe sopra erano lucide, splendenti sotto la luce fredda del sole invernale. Delle scritte rosse le adornavano con offese dirette al capitalismo e alla società occidentale.

Il mio eroismo iniziò a vacillare. Cominciai a pensare che si fossero fermati perché mi avevano visto e che sarebbero venuti a prendermi e mi avrebbero fucilato. Pensai di filarmela molto lentamente sfruttando la copertura dei cespugli e degli alberi per poi nascondermi nuovamente ad una maggiore distanza dal corteo. Infine, ad esercitazione ultimata, mi sarei aggregato al riflusso della gente e sarei tornato a casa tranquillo. Mi guardai intorno. Non c’era nessuno. Anche ai lati della strada dove si era posizionato il corteo non c’erano soldati per le strade. Dopo qualche minuto in attesa di movimenti sentii delle voci che si avvicinavano tra risate sguaiate. Pensai immediatamente a dei soldati adibiti a quel trasporto importante proprio quando pochi sarebbero stati i testimoni, ma quando riuscii a vederli rimasi a bocca aperta: Kim Jong-Un e la sua corte che scherzando si facevano un tour delle bellezze del paese. Mai avrei potuto immaginare una visione di questo tipo.

Quando giunsero di fronte a quelle bombe imbellettale si fermarono e si fecero seri e iniziarono a parlare tranquillamente ma con solennità. Si sentivano alcune parole pronunciate con più enfasi e accompagnate da gesti forti e decisi, ma anche tendendo l’orecchio più che potei, non mi fu possibile sentire nulla. O almeno qualcosa ho sentito. Dopo qualche minuto di colloquio formale, infatti, il Brillante Compagno ha urlato una frase strana, che forse ho interpretato male non avendo sentito il resto del discorso. “All’armi, compagni!” urlò alzando il pugno. A quel punto tutti iniziarono, con solerzia militare, a togliersi un indumento dopo l’altro finché non rimasero con i soli calzini. Calzini e peni gonfi e bianchi. Nel freddo del gennaio coreano quegli impavidi sfidavano nudi le intemperie per dimostrare la forza dello spirito comunista. Che spettacolo poi vederli, eccitati per la situazione alquanto conturbante, iniziare a menarselo in su e in giù, a destra e a manca, impazziti, mossi come da convulsioni epilettiche. C’era chi in ginocchio si piegava con la mano nascosta nel grembo e chi, come il Leader, accarezzava con voluttà quegli ordigni muovendo la mano con una violenza bellica.

Andarono avanti così per dieci, quindici, trenta minuti? Non lo so, rapito com’ero da quello spettacolo persi la cognizione del tempo…

Tutto finì in un vortice di gemiti scimmieschi e tornò la calma. La follia orgiastica era finita. L’euforia di quell’amplesso trascendetale era sfociata in una tranquillità quasi eccessiva che lasciava spazio ai pensieri post coito, alle paroline dolci, alle coccole. Jong-Un si toccò il cazzo gocciolante e bagnò con le dita una delle bombe, poi si avvicinò ad essa col volto e mosse le labbra.

Non sapremo mai cosa le disse. Non sapremo mai cosa prova davvero per lei… Se è amore o solo una botta e via, se la decisione di questo gioco spinto era stata presa sia dalle bombe che dagli uomini o se la volontà dei militari si era imposta su quei pezzi di ferro e fuoco. C’era stata discriminazione di specie? Non c’era forse comprensione tra quelle masse di distruzione chirurgica e gli uomini che le avevano inventate? Amici, amanti, schiavi gli uni degli altri eppure così lontani, barricati ognuno nella propria natura. La bomba ferma, immobile, statica riceve l’azione dalla formica e ad essa si piega, da questi lombi ossuti e deboli riceve la fecondazione della guerra.

Dopo mezz’ora, una volta che il corteo se ne fu andato, la sirena suonò nuovamente, aspettai qualche minuto e poi mi aggregai al riflusso della gente e con tranquillità tornai a casa.

Ora vi starete chiedendo perché mai vi avrò raccontato questo futile episodio da caserma. Ve lo spiego subito.

Quando Jong-Un si allontanò dalla bomba invece di pulirsi con i fazzolettini che gli erano stati portati da alcune graziose ragazze scrollò con forza il cazzo per tre volte e poi con un gesto fluido si coprì con un cappotto di pelliccia bianco.

Lo frustò per tre volte come avrebbe fatto un prete con un aspersorio. Come in quella scena dell’Ulisse di Joyce dove l’aspersorio è descritto come un pene che eiacula nelle mani del sacerdote! Joyce ha scritto delle cose assurde! È l’apice del Modernismo! Lo so, lo so che nessuno di voi sarà  rimasto colpito dall’episodio ma io lo fui e profondamente. Ju Ngi-You, mio collega di studi, non mi parla d’altro da giorni! Ogni volta che si inizia a parlare di libri lui tira fuori l’aspersorio e ne discute per ore come se tutta la letteratura mondiale fosse racchiusa in quell’affare, a quanto pare a forma di pene, di metallo che il prete, funzionario del culto cristiano, muove tre volte durante le funzioni di questa religione. Ora, io non ho mai visto un aspersorio, non so che forma abbia ma ammetto che possa anche assomigliare ad un pene; ma se io, a questo punto, dicessi che il cambio della macchina assomiglia ad un cazzo bello lungo e che quindi non solo è toccato dai preti ma da tutti gli uomini del mondo indistintamente tutti i giorni centinaia di volte, sarei quindi io un Joyce? Non credo, non mi chiamo Joyce e non sono irlandese, non ho abitato a Londra, a Parigi, a Trieste e poi a Zurigo, non ho il genio Joyce e, più importante, sono coreano. Qualcuno di voi ha mai letto il Modernismo Coreano? Qualcuno di voi ha mai letto uno scrittore coreano?

Non abbiamo bisogno di bombe o armate per trionfare, ma di aspersori più lunghi.

Rim Zjung-Man

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