Bullone e Quell’altro – Kimono

Io non sono un essere umano. Io parlo con le sigarette. Sì, non lo potete capire. Sono malato, sì. Un po’ strano, non umano. Voi mortali, io no. Vi racconto della mia prima sigaretta. Non l’ho subito fumata, non potevo. Era viva in mano, respirava con i miei polmoni. Faceva fiuuu fiaaa fiuuu fiaaa. Io la guardavo. La guardavo, e niente, e rimaneva ferma e fiufiava. E poi, quando era sempre fiu fia fiu fia sempre così e pure io ero fiu fia fiu fia solo fiu fia, proprio a quel punto ha fatto la tosse. Essì, ha fatto la tosse, la sigaretta. E poi ha parlato. Con la tosse si era solo messa a posto la voce. Ha detto: – Ciao ciao. E pure io le ho detto ciao. E lei: – Chi sei? Adesso mi fumi? Sì, e l’ho fumata. Vivo con Bullone in un appartamento che ci affitta una signora brutta con i capelli sporchi. Si chiama Flavia, ma io la chiamo Favetta perché secondo me ce l’ha piccolo. Quando viene si lamenta sempre perché abbiamo macchiato il muro di vino, perché urliamo di notte, perché abbiamo attaccato i poster, perché il gatto perde i peli e vanno a finire nel giardino giù, perché abbiamo appeso tutti i crocifissi al contrario col chiodo, e poi dobbiamo pure nascondere le piante d’erba negli armadi perché se no le sgama. Mi sa proprio che ce l’ha piccolo Favetta. – La prossima volta che viene la spogliamo e glielo vediamo, va bene? Però devi essere convinto. – Va bene, ma tu mi fai tenere Kimono sul tavolo. – Però convinto, – ho fatto di nuovo, e lui ha detto di nuovo va bene ed è andato a prendere Kimono da sotto il letto. Era felice quando l’ha poggiato sul tavolo e ha iniziato a guardarlo. Non so come faceva a provare felicità se guardava un gatto morto imbalsamato e sporco di polvere appiccicata e poi faceva sempre quella cosa schifosa sul tavolo dove mangiavamo… e sempre là lo voleva fare… ma che ne so. E infatti aveva già sbottonato la cintura dei jeans e gliel’aveva messo in bocca. E spingeva quella testa di gatto con pochi peli sporchi e chiudeva gli occhi, e poi faceva i versi delle mucche, poi stringeva la faccia e poi rideva. – Facciamo una canna – E facciamo una canna, – ho fatto. – Però non la chiudi con la sborra. E si è messo a piangere. Bullone era così, un po’ stupido mi sa. Un po’ troppo legato alla mamma, sempre mamma mamma diceva quando non gli facevo fare le cose che lui voleva, ma la mamma mi sa che è morta, mi sa che l’ha uccisa il nonno con la scopa. E lui diceva che gli faceva fare tutto quello che io non gli facevo fare, e poi diceva mamma e sempre mamma. E a quel punto andavo a prendere la mazza dura e lo picchiavo. Solo così la finiva, poi si prendeva Kimono in mano e tornava nella stanza a fare la mucca. Mi mettevo sempre un po’ a scrivere quando lui andava in camera a fare la mucca. Mi mettevo al tavolo, accendevo una canna e scrivevo di lui che faceva la mucca, proprio come adesso… essì. Mi piace scrivere, sono Edgar Allan Poe. Però poi mi rompevo le scatole di scrivere, come adesso, essì, e lo andavo a chiamare, e lo vado a chiamare.

Michele Noccioli

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