Lettera del 30 gennaio 2015

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Pyongyang, 30 gennaio 2015

Ho aspettato a scrivervi perché ormai era da cinque giorni che non uscivo di casa se non per andare al lavoro. Andata e ritorno, senza voltarsi indietro, cercando di stare nella massa, nei mezzi pubblici, cercando di non rimanere da solo.

Oggi sono uscito per andare a prendere da mangiare. Non era rimasto più niente e mi nutrivo ormai da tre giorni solo di biscotti stantii e acqua di rubinetto. Il suo gusto ferroso mi ha mangiato le budella e mi ha fatto perdere totalmente l’appetito. Sono dimagrito di cinque chili in cinque giorni. Non sono curiose queste coincidenze?

Alle cinque di pomeriggio, poi, è stato quando sono rientrato in casa dopo l’esercitazione militare dell’ultima lettera. Me lo ricordo perché quando sono entrato la pendola della nonna ha rintoccato cinque volte. DONG. Ma. DONG. Sono. DONG. Già. DONG. Le. DOOOOONG. Cinque…

Cinque persone ho lasciato passare dal vialetto prima di uscire fuori dal cespuglio e riprendere il percorso verso casa. Dietro avevo altra gente, ma nessuno mi ha visto, ne sono sicuro. E poi avevano tutti troppa fretta di ritornare alle loro attività. Ero stato attento, lo ricordo. Ho aspettato trattenendo il respiro per minuti, forse ore, in attesa che tutto ritornasse alla normalità. Agli angoli del parco non c’erano telecamere, ne sono sicuro, e nessuno era nascosto sugli alberi o negli altri cespugli, si sarebbe notato, credo. Nessuno si aspetterebbe che un normale cittadino sia nascosto in un cespuglio quando la città dovrebbe essere vuota. O forse è proprio il lavoro delle guardie immaginare queste possibilità.

Qualcuno mi ha seguito, ne sono sicuro.

Qualcuno sa quello che ho visto. Sa che non sono entrato nel bunker quando è suonato quella sirena.

Quella cazzo di sirena.

uuuuuuuuuuuUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUU

UUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUuuuuuuuuuuuuuuuuuuu

MERDA.

Ne sono sicuro perché tutti i giorni c’è qualcuno che mi segue dall’uscita del lavoro fino a casa, poi prosegue come se niente fosse verso il blocco di palazzoni successivo ed entra nel portone. Sta al piano 126. Lo so perché l’ho seguito fino all’ingresso e ho aspettato che comparisse il numero del piano sul piccolo schermo in cima all’ascensore. 126. 1+6−2=5. Cinque. Casomai questo Tizio dalla sua finestra al centoventiseiesimo piano guarda nella mia finestra con un potente binocolo militare, o con un telescopio o con una macchina fotografica con un teleobiettivo. Mi vede mentre mangio, mentre dormo, mentre guardo la televisione, mentre mi masturbo, mentre faccio attività sovversiva.

Io faccio attività sovversiva?

È da cinque giorni che sto al buio. Prima pensavo che le tende fossero sufficienti, poi ho pensato che potrebbero benissimo vedere dentro casa con degli infrarossi o con dei telescopi che vedono il calore. Attraverso il vetro e il cotone da due soldi. Attraverso la carne vedrebbero il mio cuore colpevole. Le tapparelle mi proteggono da tutto. Sono calate senza lasciare nemmeno uno spiraglio da cinque giorni. Non accendo mai la luce, per paura che vedano che sono in casa.

Ma se mi seguono forse lo sanno già che sono in casa…

Ora per tornare a casa dalla fabbrica ci metto un’ora invece che mezz’ora. Cambio cinque autobus, prendo la metropolitana e poi giro intorno all’isolato a piedi per dieci minuti buoni. Non voglio essere seguito.

E se poi si accorgessero che mi sono accorto che mi stanno seguendo? Dopo potrebbero spazientirsi e venire di notte a prendermi o aspettarmi fuori dalla porta al mio rientro. Sanno dove abito.

Le uniche luci che mi concedo sono quelle della televisione e del frigo. Le altre rimangono spente. Ho letto da qualche parte che durante le guerre nessuno fumava mai di notte per paura che i cecchini nemici vedessero la brace e sparassero seguendo quell’intermittente lucciola. Io non morirò per un barlume quasi invisibile di luce. Io rimarrò vivo come la talpa, cieco e al buio.

Ho paura che siano entrati qui mentre io ero al lavoro. Ricordo di aver attaccato un capello alla porta con della saliva e che quando sono tornato era ancora lì ma era un capello diverso. Il colore mi sembrava un altro, di un nero tendente al rossiccio, ma i miei capelli sono neri e basta. Qualcuno è entrato in casa e, notato il mio misero stratagemma, lo ha bypassato con una risata, ha attaccato uno dei suoi capelli lasciando chissà cosa in casa mia e portando via chissà cos’altro.

Ho qualcosa che mi può compromettere in casa? Carte? Non credo. Di queste lettere non faccio copie, e le bozze le riduco in brandelli sotto l’acqua del lavandino del bagno. In pezzetti se ne vanno nelle fogne. Nessuno potrebbe rimettere insieme quei brandelli di carta e leggere quello che c’è scritto. Forse dei libri? Non ce ne sono di vietati qui in casa, li tengo da un’altra parte, nascosti, dove nessuno può trovarli. E che cosa allora?

Ho paura che ci siano delle cimici qui in casa, forse delle minuscole telecamere nascoste chissà dove. Ho cercato dappertutto ma non ho trovato niente. Devo continuare a cercare, c’è qualcosa qui in casa, me lo sento.

Questi servizi segreti/spie/poliziotti/scarafaggi sono bravi a giocare a nascondino. Io invece cerco di giocare a caccia al tesoro, ma questi pirati l’hanno nascosto per bene il loro bottino di spionerie. Spiano mentre mi mangio dei bisotti inzuppati nell’acqua calda e mentre mi mangio le unghie sporche. Ho paura che lavandomi qualcuno senta che sono in casa.

Ormai ho un piede nella prigione, e ciò significa nella fossa. Dovrei fare qualcosa di eclatante, di grandioso, di mai fatto prima, un urlo così forte che l’eco si possa sentire in tutto il mondo. Sparerò a Kim Jong-Un! Sparerò cinque colpi, come quelli che hanno sparato a Kennedy, ma io non ne mancherò neanche uno. Lo colpirò con cinque colpi e gliela spappolerò quella testa, com’è successo a Dallas!

BAM! Pezzi di cranio e di poltiglia ovunque. Il vestitino della first lady squassato dal sangue.

Ho un fucile nascosto sulle montagne. L’ho sepolto in una cassa di legno prima di trasferirmi in città. Ormai saranno dieci anni che è lì sotto. Era di mio nonno, glielo aveva dato un americano durante la guerra, e aveva fatto promettere a mio padre prima e a me poi di tenerlo sempre nascosto e di usarlo solo quando ci sarebbe stata un’altra rivoluzione.

La RIVOLUZIONE la farò io con piombo e ideologia ostinatamente contraria.

Ogni pochi secondi il fucile da cecchino sventrare aria con una melodia.

BANG! BANG! BANG! BANG! BANG!

Io verrò arrestato, torturato e scuoiato sulla pubblica piazza, ma quel giorno, vedendomi eruttare sangue sulle pietre, il Popolo insorgerà e la Corea sarà di nuovo unificata ma sotto una nuova bandiera.

E come lo prenderesti il fucile se nemmeno esci per comprarti da mangiare?

Non voglio più sentire questa dannata voce nella mia testa. Ho ingerito pasticche, alcol, di tutto, ma non se ne va e non riesco più a dormire. Non dormo da cinque giorni e non ho sonno.

Davanti alla porta ora metto sempre una sedia in modo che non possa essere aperta silenziosamente con un passpartout. Devono sfondarla se vogliono entrare e così facendo faranno rumore, io me ne accorgerò e taglierò loro la testa con il mio machete. Lo tengo sempre attaccato al collo con una cordicella. Quando dormo invece sta con la lama nascosta sotto il materasso. La mia mano è veloce come quella di un pistolero del Far West. Nemmeno Clint Eastwood potrebbe battermi. Ehi, biondo! SWISH! Via la testa! Forte come un cannibale africano mangerei il cuore pulsante del Socialismo Coreano e gli darei nuova vita vomitandolo. Immagino le foto sui giornali occidentali e i titoli a caratteri cubitali.

RIM ZJUNG-MAN EROE!

Vedo già davanti ai miei occhi la mia immagine ritoccata e messa al fianco di Marx, Engels e Lenin.

Quando sono uscito dal lavoro l’asse del water era su o giù? Qualcuno ha pisciato da in piedi in casa mia e si è dimenticato di rimetterla in posizione da cagata? Avevo lasciato io quei vestiti sul letto o sono stati messi sottosopra da qualcuno che è stato qui per frugare in cerca di qualcosa? L’accendino mi pareva di averlo lasciato sul mobile della cucina, non sul tavolo. Qualcuno è stato qui, ne sono sicuro.

È colpa mia, sarei dovuto entrare nel rifugio quando è iniziata a suonare la sirena, come ho sempre fatto. Perché questa volta non l’ho fatto?

No, non è colpa mia! Nessuno mi ha visto, ne sono sicuro. Se mi avessero visto mi avrebbero portato via subito ed ora sarei già morto.

E se mi stessero tenendo sotto controllo per queste lettere? Potrebbero aver capito come leggerle e ora mi starebbero tenendo sotto controllo. Potrei anche ricevere informazioni dall’esterno importanti per loro. O forse stanno solo aspettando il momento giusto per farmi scomparire.

Loro leggono le mie lettere. Anche loro hanno letto o visto Il nome della rosa. È divertente sapere che ormai la genialità di quel Guglielmo da Baskerville è alla portata di tutti, anche dell’ottuso poliziotto, strabico, deforme, ignorante, figlio di puttana! Se solo ti avessi qui, poliziotto, ti brucerei come Hitler ha fatto con la razza ebraica!

Vorrei urlare la mia rabbia, ma ho paura che i vicini mi sentano.

Ora che ci penso, però, la colpa non è del poliziotto testa-glande che controlla la mia corrispondenza, e nemmeno mia, io scrivo non ho niente da nascondere, chiunque può leggere. La colpa è vostra! Tu, Perizoma, genitore storpio di arte mistica, e tu, lettore affamato di notizie e di finzioni raffinate! Tu che ora stai leggendo queste poche pagine sparse, tu che pensi di vedere attraverso questi nomi, questi aggettivi e questi verbi le cime dei grattacieli di un’altra città, e il sangue di altre razze e altre persone, tu che pensi di sentire il dolore del nostro popolo perché io te lo sto raccontando come un bel romanzo d’appendice! Tu che pubblichi queste mie lettere, che le apri sulla tua bella scrivania, con il tuo lucente tagliacarte, nel tuo paese di democrazia, libertà e pannolini per bambini e per anziani, tu che leggi quello che scrivo e che casomai lo correggi, lo rimaneggi, lo imbelletti, tu mangiapiatti prelibati che ti pavoneggi perché pubblichi un reietto di uno stato di reietti di un’ideologia reietta! Tu e tu, voi, io vi sputo! Voi avete portato Me al patibolo, mi ci avete accompagnate, avete tagliato la mia testa e avete ammirato lo spettacolo. Voi siete tutti, voi siete il mondo intero. Io da solo vi sono contro e muio cacciato come un topo.

Ora vi scrivo per inerzia. Questa lettera non sarebbe dovuta esistere, ma esiste, per questo la finirò, la spedirò, come ho sempre fatto, e poi non avrete più notizie di me. Rim Zjung-Man scompare, come avrebbe dovuto fare da settimane! Rim Zjung-Man sarebbe dovuto rimanere nella massa, seguirla, adattarsi e vivere nel suo miglior mondo possibile. Possibile. Rim Zjung-Man non lo ha fatto, ha letto il vostro blog, gli è piaciuto e ha iniziato a mandarvi lettere, una dietro l’altra. Rim Zjung-Man verrà catturato, torturato, seviziato, ucciso e sepolto in fondo al mare o bruciato in un forno nascosto. Rim Zjung-Man muore.

Io. Io invece scapperò da Pyongyang. Recupererò quel fucile e farò brillare il Brillante Leader. O forse cercherò il confine con la Cina, quel confine amico-nemico che è sempre più lontano, ogni giorno che ti ci avvicini. Non lo si raggiunge con i piedi, ma con lo spirito. Supererò quel confine tra l’umano e il divino. O forse potrei aspettare, come ho sempre fatto. Qui a Pyongyang.

Vi scrivo nel mese di gennaio, giorno 30. Trenta, multiplo di cinque. Dell’anno 2015. Cinque. Dall’interno 577. Cinque. Del numero 345 di Via della Rivoluzione. Cinque.

Lettera imbucata alle ore 5 postmeridiane.

5=5

Addio

Io

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