Bullone e Quell’altro – Cavallo oh oh! Cavallo! oh!

Bullone una volta mi ha detto che quando era piccolo faceva la cacca in uno scatolone e poi faceva entrare le mosche, poi lo chiudeva per due mesi e quando apriva uscivano fuori i cavalli. E allora abbiamo provato insieme perché non ci credevo e abbiamo fatto la cacca in uno scatolone, l’abbiamo lasciato un po’ aperto fuori al balcone e quando abbiamo visto che era pieno di mosche appoggiate l’abbiamo chiuso. Non siamo mai arrivati a un mese perché dopo quattro giorni dal cartone era già uscito il cavallo, e adesso come lo facciamo mangiare? Dove lo teniamo? E poi puzzava pure. E allora l’abbiamo ucciso con la mazza dura e col chiodo e l’abbiamo gettato dal balcone e poi è andato a finire su una macchina, ma non eravamo stati noi.

  Era arrivata Favetta e aveva iniziato a dire che eravamo stati noi, che solo noi potevamo fare queste cose, che era caduto proprio su una macchina che stava sotto il nostro balcone e ‘ste cose qua e allora ho fatto un segno a Bullone e l’abbiamo presa forte, lei urlava ma noi la spogliavamo, Bullone la teneva ferma e io toglievo la gonna e le mutande mentre lei muoveva forte le gambe e non riuscivo a toglierli, e la prendevo a schiaffi sulle chiappole a gigomma. Alla fine gli ho tolto le mutande e non teneva il pisollo!

  Io pensavo che solo Milù non teneva il pisollo… Milù… spacchino morbido e caldo, schippina umida e giuggiosa… ma anche Favetta teneva la schippa ma non era giuggiosa, puzzava e teneva i ricci incrostati, e Bullone ha detto tienila ferma lo stesso, e gliel’ha appoggiato e a lei alla fine era piaciuto e ha detto che non diceva niente, che era vero che non eravamo stati noi, ma Bullone ogni volta doveva andare da lei se no ci denunciava alla polizia per molestie sessuali e diceva anche che tenevamo l’erba. A Bullone pure era piaciuto e ogni giorno andava da solo da Favetta e facevano insieme le mucche.

  Io stavo al tavolo a casa e scrivevo di loro che facevano le mucche, come adesso, essì.

  Poi mi rompevo le scatole ma continuavo a scrivere cose a caso perché non avevo l’erba e quindi che faccio? La televisione era rotta e Kimono mi guardava dal tavolo ma no, non lo mettevo nella bocca di Kimono, nella sputo secco di pisollo di Bullone, no. Mi guardava e gli colava la saliva di gatto morto.

  E allora andavo da Rallero. Rallero l’abbiamo incontrato un giorno per la strada e adesso vive con noi. Stava in uno squat ma non stava bene perché lui voleva stare chiuso in una gabbia e non voleva parlare più. Ha detto solo ogni tanto mi devi dare una carota e un bicchiere d’acqua. Io alla fine ho detto che va bene. Era come una pianta, gli davi carote e acqua e cresceva e poi aveva pure la faccia simpatica. E allora l’abbiamo messo in una gabbia nel cesso. Noi avevamo sempre voluto uno che mentre pisciavamo ci guardava e il pisollo e rideva, lui voleva stare in una gabbia e lui rideva e noi l’abbiamo messo nel cesso e adesso guarda solo i nostri pisolli e ride.

  Gli ho detto ciao e lui rideva. Rimaneva zitto e rideva. Ciao, e niente, e allora ho acceso una sigaretta e gli ho chiesto come facevo a far parlare a Rallero e lei ha detto che se gli chiedevo gli anni rispondeva.

  Glieli ho chiesti e lui rideva.

  E ho detto alla sigaretta che non aveva risposto e lei invece ha detto che sì, che rideva ancora.

Michele Noccioli

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