Il Pastore – Parte Ottava – Marie

Oh quel che vidi non potrò ridire:

come più ritorno a quei dì accesi

repente il ricordo vuol rifuggire.

Furono giorni, settimane, mesi,

su quel pendio erto nel meriggiare

tacito del cielo, istanti indifesi

nei quali fra quelle stesse alture

un fuoco percorse le mie membra

ch’ancora non so come raccontare.

Tutto immerso in una tenebra sembra

come nella memoria d’un lattante

ma per ciò ancora tremo in ogni fibra.

Ed è indicibile all’umana gente

perché aspra è la memoria e la favella,

perché la visione varcò la mente.

Vestita di luce, nivea, bella,

il passo suo non fu cosa mortale,

giunta dal cielo, amabile fanciulla,

vergine sacerdotessa, vestale

che è custode dell’eterna luce

protettrice da ogni infausto male.

A Lei ogni virtute riconduce.

La sua fragranza l’animo mosse,

sparsa da un tiepido spiro fugace

che pareva ella stessa producesse

‘sì come spirava, eterea forma,

che a vederla corrusca il cuor non resse.

Spandevasi l’effluvio oltre la norma

di sovrumana intensità e dolcezza

che sembrò stampare la divina orma.

Soave si levò come una brezza

un canto che nella memoria suona

e leggero cade sull’amarezza

di non poterla rivedere prona

su quel rialzo fra gli aridi arbusti

a ricercar tra l’erbe la più buona.

Mi spogliai de’ miei abiti frusti,

trafitto nel cuore da mille strali

d’oro, dalla fiamma d’Amore adusti.

E sfiorai quel corpo senza mali

involto da un tenero vello bianco

che pareva piume d’angeliche ali.

Tutto s’inturgidì e le strinsi il fianco;

madido nostro membro a germinare

atto, come un robusto e duro giunco,

trafisse piano, bramoso d’amore,

l’inviolato antro, finché la paura

si tramutò in infinito piacere.

Come la bufera s’abbatte dura

sulla navicella persa e la squassa,

così per le roventi vene pura

s’addentrò repente e indomita scossa

che commosse l’animo nostro sparso

e tutta tremante sconvolse l’ossa.

Rossa vampa che spande dal pube arso

poi di nuovo e nuovamente ancora

tornai e ritornai entro quel perso

rifugio dove libido dimora.

L’affocato occaso di luci oblique

inondava già la valle, la radura,

da lontano il frinir de’ grilli giacque

e per l’aer terso d’odori e tremante

il caprino canto d’un tratto tacque.

La divina creatura giubilante

stette, svenne, morì  e di nuovo nacque.

Ed il caldo candore inutilmente

morì, infecondo, come le dolci acque

d’un fiume muoiono nel mare aperto

perdendosi e confondendosi inique.

E così estrassi da quello scoperto

fodero il ferro fulgido e ricaddi

‘sì come cade carco un corpo morto.

Leoluca Palminteri

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