Il Pastore – Parte Nona – Tradimento

Quando mi svegliai Lei non c’era già più. Faceva freddo e cominciava ad imbrunire. Le capre erano ritornate, infreddolite, nel loro rifugio vicino la stalla da sole aiutate da Ricky il cane pastore di Antoine.

Ero ancora mezzo nudo, con i pantaloni abbassati sotto le ginocchia ed un senso di appagamento sessuale che non avevo mai sentito prima. Mi rivestii, presi il sentiero del ritorno e giunsi al bordello. Quando entrai mi assali alle narici un odore intenso e dolciastro d’erba da fumare, dei giovinastri che non avevo mai visto prima si stavano facendo uno spinello distesi sul divano rattoppato dell’androne. Avevano due facce serene e sogghignavano pacatamente, come per non voler disturbare. Poi proruppero in una risata sonora, strillante.

A quel suono giunse Lazare “che cazzo fate ragazzi? Non vi porto più con me! Dove credete di essere? Questa è una casa rispettabile, c’è gente che sta lavorando di sopra.” Quei due si zittirono, poi lo guardarono straniati e proruppero in una nuova risata.

A quel punto Lazare si accorse di me “scusali, sono dei ragazzi …”.

“Tranquillo. Come va?”

“OK. C’è della roba buona che è arrivata direttamente dal Perù. L’abbiamo pagata una fortuna, ma ne vale la pena. Vuoi provare? Naturalmente la prima botta è gratis …”

“No grazie, non ne ho voglia. – dissi davvero così – Forse non ne avrò più voglia di certa roba”

Lazare fece una faccia stranita. Sembrò voler dire qualcosa per dimostrare la sua incredulità, ma si trattenne, ne aveva visti tanti dire così e poi ritornare da lui ancora più bramosi di prima.

“Dove è Bernadette?” chiesi.

“È di là, con un cliente facoltoso. Un tipo strano, tutto elegante, distinto. È arrivato con sua moglie e la figlia.  Voleva ad ogni costo due uomini, meglio se neri. Voleva farsi fottere da due sporchi negri di fronte alla moglie e alla figlia! Ti rendi conto che gente? Abbiamo cercato di spiegargli che qui ci sono solo ragazze, che non era possibile. Intanto quella ragazzina, la figlia dico, era tutto un pianto, voleva andarsene, era terrorizzata, ma si vedeva chiaro che le avevano schiaffato chissà cosa nelle vene. Strillava come una pazza, aveva le allucinazioni, si sbatteva a terra. Era tutto un cencio. La madre la schiaffeggiava con una violenza … finché non la zittì.”

“Che gente!”

“Aspetta, aspetta. Ti dico che insisteva, voleva ad ogni costo due negri, era disposto a pagare qualsiasi cifra. Bernadette fece un paio di telefonate e in mezzora non vedo arrivare due fottuti negri? Alti quanto la porta e mezzi nudi, pieni di muscoli che appena il tizio li vide si fece tutto felice e saltava di gioia.”

“Bernadette ha i suoi agganci …”

“Comunque fatto sta che sono andati nella camera 13, quella più grande, tutti e quattro. E dovevi sentire che voci, che grida. Non oso immaginare che hanno fatto per cinque ore e mezza chiusi là dentro.”

“Cinque ore e mezza?!”

“Sì è come ti dico. Comunque adesso hanno finito e credo che Bernadette stia contrattando con quell’uomo. Un affare, cose così capitano una volta nella vita, finalmente può sistemare quella baracca che c’è dietro la strada e ampliare il bordello o magari fare qualche investimento. Chissà? Bernadette è una che è nata per gli affari.”

“Che fortuna! Allora l’aspetto. Vado nella camera di Cocotte”

“Mi pare che stia lavorando anche lei. Ma forse ha la porta aperta. È con uno di quelli a cui piace essere guardato.”

“Capisco, buona fortuna con quel giro dal Perù.”

“Grazie, quando vuoi sai dove trovarmi e ricordati la prima è gratis” e mi fece l’occhiolino.

“Ah Lazare, Lazare, sono pulito ti dico” e mi diressi verso le scale che portano al piano di sopra dove ci sono tutte le stanze.

I gradini di legno scricchiolavano ad ogni passo. Giunsi alla camera numero 6 quella di Cocotte, la porta era accostata. Da dentro provenivano gemiti e un afrore pungente. Entrai.

La stanza era buia, tutta una penombra fumida avvolgeva gli oggetti immobili e quei corpi nudi. Il letto occupava il centro della camera, tutto il resto era superfluo, faceva da contorno. Una sedia con sopra scompigliata della biancheria da donna, un abatjour fosco su un piccolo comodino. Posai lo sguardo su una poltroncina di stoffa che pareva grigia vista nel buio, mi sedetti. Quei due non si erano accorti di me.

Intanto facevano il loro dovere. Cocotte era una che sapeva fare bene il suo lavoro, e non sembrava per niente stanca. Fingeva quei gemiti da scolaretta così bene che eccitava soltanto ascoltarla. Quel tale era stanco, sudato, si muoveva goffamente, lasciava fare ogni cosa a lei. E Cocotte gli stava sopra come un’amazzone bramosa, con quei due seni piccoli da negra che tremavano ad ogni gemito assieme alle natiche sode. Dominava il suo uomo con fierezza, tenacemente muoveva quel corpo magro ma possente, forte, di donna che sa cosa deve fare.

Io non pensavo ad altro che a quello che era avvenuto poche ore prima, a quell’incontro, a quell’Amore. Rivedevo quei momenti concitati e bellissimi, sentivo ancora in corpo quel primo fremito, quel battito che mi condusse a cancellare tutto quello in cui avevo creduto fino ad allora, a rivalutarmi e rivalutare la mia vita. Riprovai quelle sensazioni tutte raggrumate assieme e mi si fece duro d’un tratto.

Ebbi la necessità di masturbarmi, abbassai la zip, lo tirai fuori e lo presi da sotto il glande scoprendolo lentamente. Mi distesi su quella poltrona e lasciai andare la testa all’indietro continuando a masturbarmi sempre più velocemente. Quanto era dolce quel vizio d’Onan ripensando a Lei! Venni.

Poi mi prese una malinconia addosso, un dolore per non aver passato quel momento di gioia con Lei e volevo stringerla come la strinsi là sui pascoli in montagna. Avevo ancora voglia di Lei, del suo odore, del suo sesso.

Nel frattempo quei due avevano già finito. Lui si rivestì in fretta e facendolo mi fece l’occhiolino come per dire “ti è piaciuto eh?”. Cocotte mi sorrise e si avvicinò ancora tutta nuda per baciarmi sulla fronte. Poi andò nel bagnetto in camera a lavarsi. Il tizio se ne era già andato.

Anche io mi rivestii, sistemai la camicia dentro ai pantaloni, e mi avvicinai alla porta del bagno che Cocotte aveva lasciata aperta, ma non entrai.

“Ciao, come va il lavoro?” le dissi.

“Non c’è male. Tu, ancora nel ramo della pastorizia?”

“Sì, è un lavoro che mi rilassa e poi mi sono innamorato”

“Davvero? Non è da te innamorarsi. E tua moglie lo sa?

“Non ancora …”

A quel punto entrai, lei era a cavalcioni sul bidet, bellissima. Una schiena sinuosa e nera che terminava in un sederino sodo, era così attraente e femminile. Lasciava scorrere l’acqua e con la mano destra la trasportava tra le cosce, là dove ogni uomo vorrebbe arrivare e dove poco prima era scoppiato il sesso. Il seno sussultava ad ogni movimento brusco della mano e poi ricadeva leggero tremando.

“… non so come spiegarglielo”.

“Se ci sono sentimenti che Madame Lefevre non possiede sono la fedeltà e la gelosia. Sai bene che con qualsiasi donna tu sia stato a lei non importerà nulla. Ma devi essere sempre disposto a soddisfare le sue voglie e poi a …”

“Sì lo so, lo so. Ma è diverso. Non mi era mai successa una cosa del genere prima” la interruppi.

Ricominciai a sentire forte un fremito lungo il pene, un nuovo impulso sessuale. Avevo voglia di scopare, anche con Cocotte, ma avrei pensato a Lei. Avevo un’erezione evidente, mi avvicinai a Cocotte che si stava ancora lavando la vagina e mi abbassai i pantaloni. Il pene sobbalzò e glielo puntai in faccia. Lei cominciò a succhiarmelo, aveva due labbra carnose e calde, una lingua umida che si muoveva prima lenta, poi veloce, e poi giù fino in gola, sempre più a fondo, più a fondo.

Appena sentii di stare per venire la fermai e glielo tirai fuori di bocca. La presi dai fianchi e la feci alzare, poi le feci appoggiare le mani sul lavandino. Mi mostrava quel suo culetto perfetto. Lo manipolai per qualche secondo e accarezzai il suo piccolo ano. Aveva perso la verginità anale da anni per soddisfare le esigenze di alcuni clienti, ma non aveva perso l’elasticità che possedeva da giovinetta.

La penetrai prima con un dito, dopo appoggiai la punta del pene su quell’orifizio e spinsi lentamente. Emise un grido breve, poi un lamento. Ero dentro.

Le presi i fianchi e con sempre più forza muovevo il bacino, spingevo dentro il mio membro, con violenza crescente. Cominciò a gridare, grida di dolore misto a piacere. Continuai sempre più velocemente, sempre più a fondo.

“Marie!” urlai.

Venni di nuovo, questa volta dentro il retto di Cocotte che si accasciò a terra spossata. Un fiotto denso di sperma fuoriuscì dal suo ano e si riversò sul pavimento.

Rimasi qualche minuto a guardarla ansimare accaldata e sfiancata. Dopo si alzò e con lo sguardo basso disse: “esci, ho bisogno del water”.

Leoluca Palminteri

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