Milo, il pastore della Valle dell’Isonzo

C’era una volta un pastore sloveno che discendeva le alture fino a travalicare il confine giù da basso, sconfinando in territorio straniero, dove il fiume Isonzo, chiamato Soča da quelli che venivano dalle sue terre, si adagiava azzurro e calmo nella valle che porta il suo nome. Milo, così era detto, era un pastore buono e saggio, nonostante fosse ancora giovane e non sapesse leggere e scrivere. Conosceva il moto delle stelle e tutte le foibe e le doline di quella terra, le strade battute che portano al villaggio e i sentieri scoscesi tra le rocce, i picchi brulli e le valli coltivate a vigna. Riusciva a orientarsi come nessuno in quella regione. Come tutti i pastori, le sue stagioni erano scandite dalla transumanza, gli spostamenti periodici nei luoghi adatti al pascolo, insieme alle sue pecore, unica sua fonte di sostentamento. Milo aveva una moglie, come lui di umili origini, non bella, bassa di statura, non curata ma instancabile lavoratrice. Il suo nome era Anna e non aveva al mondo che il suo Milo per il quale cucinava, rassettava la piccola casetta di legno e si dedicava alle cure dei loro tre figli: Mitja, Kasja e Sara.

Un giorno, che non ricordo più, il giovane Milo era appena tornato alla sua povera baracca, alle pendici di un colle, sporco di terra e sudore. Anna, coi capelli impastati ed i flaccidi seni raggrinziti, stava cambiando le fasce rigonfie di feci dell’ultimo nato, Mitja. Le due bambine più grandi, Kasja e Sara, giocavano con degli strofinacci anneriti di fuliggine nell’angolo opposto della stanza, con le guance incavate e gli occhi cerchiati. Il saggio e giovane pastore aveva appena finito di mungere le sue pecore e aveva una grossa erezione che gli premeva sui pantaloni logori. Come si avvicinò alla moglie, fece sentire subito la sua voglia alla donna che fu costretta a lasciar perdere le sue faccende domestiche e le cure dei figli per dedicarsi al pene inturgidito del marito. Anna sapeva che quando il marito era così infoiato non poteva tirarsi indietro, se non avesse voluto ricevere delle dolorose nerbate. Così, rassegnata, si inginocchiò e sbottonò la patta dei pantaloni dell’uomo. Cacciò fuori un piccolo cazzo maleodorante e bitorzoluto. Si sfilò, poi, la veste lurida e prese a strusciare quel cazzetto deforme sul seno rattrappito, sperando di soddisfare presto il desiderio del marito.

“Su, da brava, apri la bocca e succhialo bene!” Milo ansimò.

Anna strabuzzò gli occhi e, schifata, urlò: “ma sei matto?! Non posso, non posso! Così sporco e puzzoso. Come puoi chiedermi una cosa del genere? Queste non sono cose da farsi per chi ha pudore ed è timorato di Dio!”

Milo divenne subito torvo in volto e stava già prendendo il lungo bastone di tiglio che era solito battere sulla schiena, ormai ricca di cicatrici, della moglie quando non eseguiva i suoi ordini e per educarla a dovere, ma appena vide il volto emaciato delle sue bambine, che avevano osservato la scena, pensò che forse sarebbe stato meglio adottare un altro metodo per farsi ubbidire e rispettare, come ogni buon padre di famiglia, e dare anche un esempio di valore e virtù a tutta la famiglia. Decise di raccontare una storia.

“Mia cara moglie – Milo si rivolse ad Anna con voce compassionevole – oggi mi disubbidisci perché sei donna e volubile per natura. Non conosci la rettitudine. E anche le nostre figlie diverranno, crescendo, donne volubili e stolte, non avendo ricevuto la femmina da Dio il dono della Ragione. Eppure bisogna che io ponga rimedio a questa vostra miserabile condizione e vi educhi nel modo migliore. Le nerbate che ricevete quotidianamente a questo servono, ma questa volta voglio raccontarvi una storia che possa servire da buon esempio per le nostre figlie, cosicché un giorno, i loro futuri mariti non dovranno batterle per poter ricevere un degno pompino. Kasja e Sara, avvicinatevi anche voi ed ascoltate bene la storia che sto per raccontarvi.

C’era una volta, molti secoli fa, – iniziò così il suo racconto Milo – in una terra incredibilmente lontana, oltre il mare e le montagne, un regno florido su una grande isola a sud del continente retto dal governo giusto e illuminato dell’emiro arabo Alì al-Mazari. Il bellissimo Alì era anche un uomo di grande cultura e conosceva da esperto l’ingegneria idraulica e l’arte della guerra. Viveva insieme alle sue dodici mogli e alla sua corte nel famoso castello di Pietrarossa ne pressi di Qualat-al-Nissa, fiorente città posta dal buon Dio degli infedeli al centro di quell’isola lontana. Da lì il magnifico Alì dominava la valle dell’Imera meridionale, dove ancora oggi scorre tortuoso il fiume Salso, detto così dalle genti che abitano quelle terre per il colore torbido e il sapore salmastro delle sue acque.

Un giorno, l’emiro Alì dovette lasciare la sua ricca dimora e le sue dodici mogli per gestire i suoi traffici commerciali di uomini e sostanze psicotrope presso la città di Katanè, nel cui porto approdavano vascelli carichi di mercanzie e schiavi. Priama di partire, ordinò alle proprie mogli di rimanergli fedeli e di festeggiarlo al suo ritorno con dodici diverse pietanze prelibate cucinate dalle loro stesse mani. La donna che avesse preparato il piatto migliore avrebbe ricevuto in cambio amore eterno e sarebbe diventata la sua prediletta. Infine, Alì si raccomandò ad Allah e si diresse verso oriente, dove bianco Mongibello sbuffava lava e lapilli incandescenti.

Tutte le donne, mogli dell’emiro, si preoccuparono moltissimo per l’ordine ricevuto. Infatti, si narra che Alì fosse un esperto degustatore e il suo palato fosse molto fine. Tuttavia, ciò che impensieriva di più le giovani mogli era il suo carattere iracondo e la sua sconsiderata suscettibilità riguardo al cibo. Molti cantastorie raccontano ancora oggi alcuni famosi episodi di corte in cui molto sangue fu versato durante un banchetto o in una cucina. Per esempio, indimenticata resterà quella cena in cui il buon Alì dovette tagliare le mani del cuoco perché gli aveva presentato una bistecca di manzo leggermente al sangue; o ancora, quella volta in cui sgozzò un soldato e bevve il suo sangue ancora caldo in un calice d’argento perché si era scottato la lingue con la minestra; e rimarrà per sempre indelebile nella memoria del popolo di quell’isola lontana la volta in cui una domestica incinta non seppe abbinare bene i colori di certe verzure montanare con il bianco madreperlaceo del calamaretto d’Akragas e per punirla Alì dovette sventrarla e nutrirsi del feto che portava in grembo difronte agli altri commensali attoniti.

Con questo patema d’animo le dodici mogli si diedero da fare per cercare l’ingrediente più pregiato e la ricetta più originale ed ingegnosa, così da soddisfare il desiderio del loro amato e venerato marito. Tra le donne, tuttavia, una soltanto si dedicava, in assenza di Alì, alle passioni della carne e concedeva il suo corpo a un pastore delle colline di Gibil Gabib. Si chiamava Sharazira e del suo amante arcadico amava soprattutto il gigantesco membro nerboruto che suggeva con avidità lussuriosa ogni notte, finita la mungitura. Questo amore clandestino, però, non sarebbe durato a lungo. Infatti, presto Alì tornò alla sua terra e venne accolto con onore.

valentina nappi cannolo

Valentina Nappi mostra alla redazione di Perizoma come assaporare un cannolo siciliano

Le mogli avevano preparato, come era stato loro ordinato, delle pietanze prelibate che erano state poste su una tavola imbandita per l’occasione. C’erano ostriche nere con mousse di ricci di mare e alghe orientali, fasolari affogati nel tè d’India con scampi reali in un letto di nero di seppia, daini selvatici farciti con ginepro e noce moscata, couscous intriso nel brodo di tartaruga, e mille altre pietanze che occhio umano mai vide e vedrà ancora. Tra tutte queste vivande mancava quella di Sharazira che era rimasta ancora nella capanna del suo amante pastore. In fretta e furia, la fedifraga riuscì ad impastare della farina e a farne una scorza cilindrica che riempì con della ricotta zuccherata che aveva trovato nella baracca del pastore. Appena finì l’opera, si stupì di come questo suo manicaretto somigliasse tanto al cazzo scuro del suo amante quando era in erezione e per questo motivo lo chiamò cannolo.

Alì assaggiò tutti i piatti preparati dalle sue mogli. Di alcuni si compiacque molto, di altri espresse il suo disgusto con una smorfia del volto. Le donne che non avevano soddisfatto il palato del marito sapevano già che ci sarebbe stata la frusta ad attenderle. Finalmente, Alì giunse al cannolo di Sharazira. Lo assaggiò lentamente, suggendolo prima dalla punta da cui colava dolce e sierosa la ricotta, poi lo succhiò con più vigore fino a ingoiare quasi tutto il suo contenuto denso e appiccicoso, infine morse la sua pasta croccante. Con le labbra ancora impiastricciate di ricotta e zucchero, in estasi, e contro ogni pronostico, decretò la vittoria di Sharazira in questa strana gara culinaria. E da quel giorno Sharazira, la fedifraga, divenne la prima donna dell’harem di Alì Al-Mazari.”

Si concluse così il racconto di Milo. Sua moglie Anna non aveva capito bene quale morale trarre dalla storia raccontata dal pastore sloveno. Era in dubbio tra due ipotesi: se fosse giusto praticare la fellatio ad un amante dal pene gigantesco o divenire musulmana e sottomettersi ad Allah. Anna propense per quest’ultima alternativa che non le piacque affatto. La donna, infatti, era stata cresciuta sotto sani principi cristiani e non poteva accettare di divenire la serva sessuale del Dio degli infedeli. Così, decise che era bene mettere in pratica, sebbene in parte, l’insegnamento che quella fiaba portava. E con il coltello più lungo e affilato che aveva tagliò di netto il piccolo cazzo bitorzoluto del marito che si accovacciò per terra urlando. Poi prese un piatto di porcellana buona e vi poggiò sopra quel cazzetto ancora tremante e sanguinolento. Infine, con coltello e forchetta tagliuzzò quel membro immondo e ne portò i pezzetti alla bocca. Imboccò anche le figlie che gustarono con piacere il pene del padre masticandolo con avidità, affamate dopo giorni di digiuno. Finito quel pasto, le tre femmine di casa furono finalmente sazie.

Gino Supramonte

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