Il Pastore – Parte Decima – Rimorso

Perché soffrivo? Quando uscii da quella camera sporca e che odorava di sesso sentii dentro qualcosa rompersi e fare male. Non avevo mai provato una sensazione simile. Io l’avevo tradita.

Eppure avevo già ingannato le ragazzine che mi passavo da adolescente, sarà capitato un milione di volte. Non ero certo uno che si sentiva male dopo. Ma era diverso. Allora erano storie di un giorno, da bacio nel bagno della scuola, non sapevo ancora cosa fosse l’Amore, quello vero, quello che picchia nelle porte e strappa i cuori dai petti. Non avevo provato il palpito che fa stare svegli la notte.

Quel giorno sentii dentro il grido di mille baccanti e cento erinni e mille bestie feroci e cento altre voci strillare e questo ruggito mescolato alla sua eco e la sua eco riecheggiare ancora.

Ero stato un vigliacco, un uomo da niente. Eppure mentre facevo sesso con quella puttana non pensavo che a Lei.

Forse avevo sbagliato a dire tutto a Cocotte, certe storie vanno tenute segrete. Sentivo il brivido di un amore taciuto perché misterioso e straordinario, un amore che non poteva essere detto perché se detto avrebbe fatto male. Un sentimento intimo che non dovevo condividere col mondo, qualcosa di mio. Ma dentro ero una rovina, una città straziata, una frana tremenda.

Scesi le scale scricchiolanti della casa di Madame Lefevre. Ogni scalino sembrava un’interminabile ostacolo che mi divideva dal mio futuro incerto e tribolante, sentivo come un vuoto ad ogni gradino, un solco che poteva essere colmato solo dalla figura tremante che avevo di Lei fra i pensieri. Ma più mi tornava alla mente il suo profumo, il suo corpo, la sua voce, più una morsa al cuore stringeva forte. Mi uccideva il ricordo di Lei, Lei che adesso non era con me.

Giunsi nel grande salone dove quei ragazzini imberbi si erano addormentati sul divano con la bava alla bocca. Uno di loro aveva vomitato per terra in un angolo e il puzzo si faceva sentire anche da lì.

Camminai lentamente fino al piano bar. Georges, il barista che lavorava part-time al bordello, era ancora dietro al bancone ad asciugare con uno straccio grigio i bicchieri umidi.

“Ti vedo scosso amico” mi disse.

“Nulla Georges, dammi il solito” e versò in un bicchiere pulito del ghiaccio e poi lo colmò di liquore.

Bevvi d’un fiato.

“Fammene un altro” e George ripeté l’operazione di prima ma con più rapidità, con meno cura.

Tracannai anche questo bicchiere.

“Che ti succede amico?” e con lo stesso straccio con cui aveva asciugato i bicchieri si mise a pulire il bancone di legno.

“Nulla, nulla” mentre parlavo doveva trasparire un’amarezza immensa che faceva intendere tutto il contrario di quanto dicevo, ma non avevo voglia di raccontare il mio dolore a nessuno. Certo mi sarei voluto sfogare, ma già aver accennato quel poco a Cocotte era stato un errore. Dovevo tenere ad ogni costo il mio Amore segreto. Sarebbe stato un segno di rispetto nei confronti di quello che era successo tra me e Marie, un segno di rispetto nei suoi confronti.

Presi il portafogli, ne tirai fuori una banconota da dieci euro e la lasciai sul bancone.

Mi voltai senza chiedere il resto e mi trascinai dolente verso la sala d’aspetto dove Madame Lefevre aveva concluso il suo affare e quell’uomo dai gusti sessuali singolari era già andato via.

Scostai un poco la porta: Bernadette era lì che contava i soldi appena ricevuti con un sorriso stampato in faccia che la rendeva una figura grottesca ma tenera.

Un senso di dolcezza mi prese il cuore. In fondo dovevo tutto a lei. Questo mio cambiamento, questo incontro, questo Amore. Era stata per me come una madre premurosa che insegna al figlio come vivere. È lei che mi ha insegnato a fare l’amore, a toccare come si deve una donna, a leccare un clitoride.

Senza di lei sarei ancora il ragazzino del liceo che vuole fare l’universitario nella grande città. Il bambino presuntuoso che si crede già grande ma ha bisogno ancora dei soldi del papà per vivere.

Io ero tutto questo, ma da quando varcai la soglia del bordello di Bernadette la mia vita cambiò di colpo. E poi è stata lei a trovarmi quel lavoro fra le montagne, dove ho conosciuto Marie. Volevo entrare per dirle grazie, abbracciarla, baciarla, ma forse non avrebbe capito. Riaccostai la porta e tornai al salone poi uscii da quella casa carica di ricordi.

Fuori aveva cominciato a fioccare. Faceva freddo. Indossai il mio cappotto e tornai a casa di Antoine. Lungo la strada non feci altro che pensare a Marie, a Madame Lefevre, a Cocotte, a Lazare, alla mia vita che finalmente cominciava ad essere vera, piena di passioni, di sentimenti, di sensazioni profonde. Non più persa nella superficialità in cui era immersa prima.

Arrivai che Antoine era già a letto, io entrai nella mia camera ed il tepore amico di quella casa mi confortò. Poi mi tornò alla mente la Sua figura immensa immersa nella notte.

La vidi al di là della finestra della mia stanza tra le stelle accese che si intravedevano nel cielo appena coperto che ondeggiava di neve. E c’erano i suoi occhi e la sua livrea che splendevano nel cielo bellissimi, ed il suo verso che riecheggiava piano come in un sogno.

Chiusi gli occhi un momento e la rividi avvolta in una luce vivida.

“Ti amo, ti amo, ti amo” farfugliai tra le labbra, poi mi addormentai con la luce accesa, davanti la finestra che pian piano si riempiva di neve.

Leoluca Palminteri

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