Il Pastore – Parte Undicesima – Latte

Era tutto uno spettacolo di luci rosse all’orizzonte che man mano digradavano verso il cielo diventando prima ocra, poi bionde, poi più chiare e si confondevano con il turchese senza fine. E le nuvole, stracci chiari che si coloravano di sfumature cangianti. Scoppiava nel cielo uno sfrecciare veloce di stormi felici, un fischiare di uccelli irruenti e scomposti, grida lontane perse nell’immenso. Poi si tacque. S’udiva il frusciare di ruscelli carichi d’acqua lungo solchi freschi fra la neve. Qualche essere animato scrutava intorno rimanendo in disparte nascosto nel sottobosco o dietro una rupe selvaggia ormai desto dal lungo torpore invernale. E pian piano il sole saliva diventando di fuoco e inondando di una luce più calda le montagne, i prati, la neve, gli animali. Anche io venni toccato da quel calore vivo e fui sveglio.

Antoine era andato via quando ancora l’alba non aveva invaso le tenebre delle prime ore del giorno. Era sceso giù in paese, doveva incontrare certi contrabbandieri bulgari che operavano nella Francia atlantica. Li chiamavano i “Bretoni” e smerciavano armi usate nella guerra in Afghanistan ed oppio del Laos.

Che il lavoro di Antoine come pastore nelle montagne (e quindi anche il mio) era solo una facciata lo scoprii qualche giorno prima. Antoine faceva da intermediario per il commercio internazionale di stupefacenti, soprattutto dall’est Europa, per la Francia meridionale e la Spagna fino a Barcellona. Lo conoscevano in pochissimi nell’ambiente, era come un’ombra, non aveva mai gli stessi clienti, trattava solo con uomini fantoccio pagati per l’occasione e non usava mai i telefoni per fare affari. Lo chiamavano il “Fantasma”. Aveva dei lineamenti che non erano francesi. Non parlava mai della sua vera identità, ma era evidente che Antoine era un nome inventato. In realtà era polacco o ucraino, infatti trattava sempre con gente di quelle parti.

Nonostante tutto io mi ero appassionato tanto al mio nuovo lavoro di pastore che mi dedicavo anima e corpo a quell’attività senza pensare agli affari di Antoine. Quel giorno dovevo mungere le capre che avevano partorito da poco. Mi misi addosso la casacca da lavoro e entrai nella stalla. L’aria dentro la stalla era umida e calda, sembrava di stare all’interno del ventre di una donna, e si sentivano i belati lievi dei capretti affamati che cercavano di afferrare con le labbra i capezzoli delle loro madri carichi di latte. In mezzo alla stalla ricoperta da un fascio di luce surreale stava quieta Francine.

D’un tratto fui scosso, mi prese lungo la schiena un brivido. La stessa sensazione che avevo provato giorni prima al pascolo dopo quell’incontro si stava rimpossessando di me. Lì sotto le mammelle turgide di Francine una piccola creatura bianchissima succhiava dolce il latte della madre che le colava dal labbro inferiore sporcandole di schiuma bianca il mento. Era Marie.

Quell’amore che avevo aspettato da anni, che avevo desiderato e sofferto e infine avuto lì su quelle montagne, lo avevo ricevuto dalla piccola creatura che io stesso avevo visto nascere e venir fuori sporca di sangue dal ventre di sua madre. Delle lacrime dolci caddero leggere dai miei occhi e mi rigarono gli zigomi. Erano lacrime di gioia.

Mi avvicinai lentamente e con dolcezza accarezzai Francine sul dorso, poi l’allontanai dalla sua piccola. Marie continuava a succhiare con la stessa delicatezza allungando il collo verso la madre che pian piano spingevo via. Quando il capezzolo fu fuori dalla sua bocca rorida e vellutata qualche schizzo di latte caldo s’era adagiato sul mio pene che intanto avevo tirato fuori dai pantaloni in erezione.

Ero felice di sapere che Lei era la piccola capretta di Francine, provai un affetto e un amore ancora più forte e profondo di prima. Una tenerezza immensa mi colmò il cuore. Sapere che quell’esserino era stato fra le mie braccia appena nato e tremante non mi dette un senso di repulsione. Era come se fosse mia figlia, era vero, ma io l’amavo più di ogni altra cosa e il fatto che fosse ancora troppo giovane per uno come me non mi frenò. Nulla al mondo poteva frenarmi. Era mia, sin da quando aprì gli occhi per la prima volta.

Allora sfiorai le labbra morbide e bagnate di Marie con la punta del mio pene che sapeva del latte di Francine. Lei non ci mise molto a capire quello che doveva fare. Lo annusò, lo leccò un paio di volte e poi con la stessa delicatezza con cui aveva succhiato il capezzolo di sua madre cominciò a succhiare il mio membro dolcemente, dolcemente. Appena fu tutto dentro presi ad accarezzarle la testolina umile con gli occhi chiusi, intenta a sfamarsi di me. Era brava, più brava di Cocotte ed io non riuscii a resistere che qualche minuto, poi venni.

Nel frattempo Ricky, il cane pastore, che sapeva meglio di me quale fosse il mio dovere, aveva preso ad abbaiare davanti la porta della stalla. Decisi di far uscire tutte le capre e farle pascolare da sole con Ricky, le avrei munte al loro ritorno. Rimasi solo con Marie. Chiusi la porta della stalla, sistemai un po’ di strame per terra, mi spogliai e mi adagiai al suo fianco. Cominciai a sfiorarle con le dita la vagina e poi la clitoride nascosta fra la carne calda e umida. Era evidente che le piacesse, perché aveva iniziato a cantare con la sua dolce voce, ma piano come per non farsi sentire. Poi mi avvicinai nella sua parte più intima e la leccai là dove era più tenera. Aveva un odore e un sapore dolcissimi, d’una innocenza puerile.

Quando fu pronta cominciammo a fare l’amore con più calma e consapevolezza della prima volta. E fu l’Amore più dolce, più vero, più bello della mia vita.

Leoluca Palminteri

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