Il Pastore – Parte Dodicesima – Celebrazione

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Scena tratta dal film “La montagna sacra” di Jodorowsky

Quando Antoine fu di ritorno il sole era calato da poco. Io avevo finito di mungere tutte le capre e le avevo chiuse nella stalla. Ero rimasto a casa tutto il giorno, troppo stanco per andare da Bernadette e ancora troppo confuso per parlarle di noi. Antoine ci aveva messo poco. Di solito fa in fretta perché non vuole lasciare tracce e non è un tipo che dà troppe spiegazioni. Questa volta, però, era stato davvero rapido. Pensai che forse la merce non era buona ed era ritornato a mani vuote o che era successa qualche stronzata ed era dovuto fuggire il più presto possibile. Arrivò assieme ad una ragazzina che poteva avere diciassette, diciotto anni truccata come una puttanella e col mascara tutto colato sulle guance perché sicuramente aveva pianto.

“Come è andata?”

“Niente cazzo, niente! Quei froci oggi non avevano un cazzo di buono. Solo un po’ di freebase e dei panetti di hashish che sembrava tagliato con i copertoni dei camion. Non ho preso nulla. ‘Sti stronzi! Comunque non mi va di parlarne … Dove cazzo è l’Armagnac? Era qui cazzo!”

E si mise trafugare dentro uno stipetto che stava proprio accanto al divano dove teneva le bottiglie di liquore. Fece cadere a terra un paio di bottiglie che si infransero sul pavimento lasciando un alone di alcool, poi trovò il suo dannato Armagnac. Era furioso e quando era in quelle condizioni non c’era niente di meglio che un po’ di alcool per farlo stare meglio. In realtà da ubriaco stava peggio di prima, si disperava, si lamentava, frignava come una scolaretta. Restava però sedato per un paio d’ore attaccato alla sua bottiglia e seduto sul divano, finché non si addormentava come un bambino.

“Ti faccio un po’ di compagnia” e mi misi a sedere al suo fianco.

Ci scolammo l’intero cruchon di Armagnac e parlammo un po’ del più e del meno, di come vanno gli affari in città, di come sono belle le montagne all’alba, della primavera che stava iniziando, dei tossici che non sono più quelli di una volta e così via. Era diventato un vecchio amico per me Antoine. Aveva le sue crisi ogni tanto, i suoi sbalzi d’umore, ma aveva un cuore grande e reggeva bene l’alcool.

In lui vedevo quella figura paterna che per molto tempo è stata assente nella mia vita. Quella figura di uomo, di amico, di padre, di esempio che forse non avevo mai avuto. Mio padre era stato un uomo poco attento alla famiglia, poco attento a suo figlio. Ero figlio unico, ero perché da quando fuggii da Bordeaux e giunsi a Lourdes non ero più figlio di nessuno, ero diventato libero, solo. La solitudine a volte fa paura, ma lì, fra le montagne trovai quella famiglia che non avevo mai avuto.

Eravamo di nuovo ubriachi e come ogni sera stavamo per addormentarci su quel divano sporchi e fetidi d’alcool.

“Ma chi è quella lì?” gli chiesi indicando la ragazza.

“A già me ne ero dimenticato”

Quella ragazza sporca di trucco e dentro una minigonna accattivante era rimasta tutto il tempo davanti la porta con un’aria rassegnata. Stava in equilibrio su due zeppe una delle quali aveva perso il tacco e quando camminava zoppicava verso destra. Aveva le gambe viola per il freddo ma era ancora attraente.

“Dove l’hai trovata questa puttana? Me lo fai fare un giro?” dissi e scoppiammo a ridere come due ragazzini fatti di hashish. Appena Antoine si asciugò le lacrime delle risate mi rispose:

“Sei davvero forte. Lei, lei – e riprese a ridere – lei me l’hanno data lì, in città”

“In città? Ma non eri andato lì per la roba? Amico tu sei davvero pazzo” gli dissi sghignazzando.

“No, no tranquillo è una cosa ok. La tipa è a posto. Vieni qua puttanella!” mi rispose facendo a quella ragazzina cenno di venire.

La ragazza si avvicinò e Antoine la baciò sulle labbra, poi le leccò il collo e le strinse le tettine. Dopo le attaccò al polso destro una catena di ferro con un lucchetto che tirò fuori da un cassetto e la legò stretta al divano. Il resto sono ricordi vaghi ma credo che ci addormentammo subito dopo.

Quando mi svegliai mi girava tutto intorno, la testa non mi faceva male così da molto tempo. La ragazzina stava ancora dormendo accovacciata per terra. Andai nel piccolo cucinino e Antoine era lì che stava facendo colazione con del latte di mandorla corretto con del whiskey.

“Vuoi fare colazione con me ragazzaccio?” disse indicandomi il bicchiere da cui stava bevendo.

“No grazie, e poi non credo che potrei bere ancora alcool a quest’ora”

Erano già le dodici e le capre erano rimaste dentro la stalla. Le feci uscire, ma non sistemai niente e le affidai come al solito alle attenzioni di Ricky. Ritornai in casa. Si era svegliata anche la ragazzina e Antoine la stava facendo spogliare. Lei assecondava le voglie del mio vecchio amico e cominciarono a fare sesso lì sul divano.

“Ma quanti anni ha?” chiesi ad Antoine mentre la stava possedendo da dietro.

“Ma credo quindici, sedici, non so bene di preciso”

Quando ebbe soddisfatto le sue voglie mi disse che gliel’avevano data i mafiosi russi per scusarsi della giornata negativa per gli affari. Gliel’avevano data ad un prezzo conveniente, ma non mi volle dire a quanto. Era una di quelle ragazzine che si passavano i pedofili di mezza Europa. Tuttavia stava cominciando a svilupparsi ed era diventata una merce di seconda qualità.

“Ti vuoi fare un giro?” mi propose.

Rifiutai. Non tanto perché era sicuramente minorenne, anche se sembrava molto più grande, ma non avevo più voglia di sesso, non più quel sesso. Io ero innamorato e non avrei tradito mai più la mia piccola Marie.

La ragazzina non parlava francese, era ucraina. Quel pomeriggio ci aveva fatto capire che doveva andare in un posto vicino Lourdes ad ogni costo. Antoine non voleva saperne di accompagnare una piccola puttana in un paesino sperduto e andò a dormire. Io non avevo nulla da fare e decisi di aiutarla, mi avrebbe fatto bene una passeggiata. Marie l’avrei incontrata la sera al ritorno dal pascolo.

La ragazzina in qualche modo mi fece capire che doveva andare a XXX e percorremmo tutta una strada di montagna con il furgoncino scassato di Antoine fino a raggiungere una località sperduta della Francia pirenaica. Tra gli alberi, delle case di pietra coi tetti in paglia che sembravano essere abbandonate da anni, si ergevano spettrali fra la neve quasi tutta disciolta e l’erba alta.

Entrammo da un piccolo portone di legno all’interno di una di queste abitazioni. Era un ambiente ieratico: panche da chiesa, lucerne fioche, candele accese, strani simboli alle pareti e un piccolo altare in fondo alla sala. Sembrava uno di quei posti dove si fanno sacrifici satanici o cose del genere.

Ad un tratto entrarono da una porta secondaria delle figure misteriose coperte da dei cappucci bianchi che si diressero verso l’altare. Poi entrarono dallo stesso portone che avevamo appena varcato una decina di donne che sembravano pregare o meditare qualcosa. Avevano tutte un aria compunta e misteriosa e in silenzio rimuginavano a denti stretti qualcosa, credo in latino. Si sentì un organo suonare note cupe e dissonanti, ma non capii bene da dove provenisse il suono. Il tutto era un tantino inquietante. Anche la ragazzina aveva preso a pregare in latino e a comportarsi come le altre donne e si diresse verso una panca per sedersi. Mi sedetti anche io.

Quei tre che si erano diretti verso l’altare si tolsero i cappucci: erano due donne ed un uomo al centro che doveva essere una specie di prete perché cominciò a celebrare un rito sacro. Parlava italiano. La funzione si protrasse per più di mezzora in cui quel tale aveva un’espressione spiritata e greve. Qualche volta sembrava fare delle domande al suo uditorio e le donne rispondevano in coro, all’unisono. Quando ebbe terminato alzò le mai al cielo e disse solenne: “Scambiamoci un segno di vita” e lo ripeté sei volte prima in italiano, poi in francese, in spagnolo, in tedesco e una lingua dell’est che non riuscivo a comprendere.

A quel punto le due assistenti che gli erano state a fianco tutto il tempo e non avevano fatto nulla, se non alzare la braccia al cielo con una lentezza sacrale ogni volta che le alzava anche quell’uomo, si genuflessero pregando qualcosa a bassa voce, sollevarono la tunica bianca del prete che era rimasto in piedi di fronte all’altare e cominciarono a masturbarlo e a portare alla bocca il suo pene.

Entrarono altri uomini nella sala e le donne si allontanarono dai loro posti per inginocchiarsi di fronte a loro e praticargli la fellatio in religioso silenzio. Anche quella ragazzina si chinò, mi sbottonò i pantaloni e prese a succhiarmelo. Non opposi resistenza perché non volevo interrompere un rituale che doveva essere importante per lei e la lasciai fare. Molte donne intanto avevano già ricevuto il loro “segno di vita” ed erano ritornate ai propri posti per ricomporsi prima di andare via. Anche io venni in quella piccola bocca e lei sembrò ringraziarmi con lo sguardo.

Leoluca Palminteri

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