Il Pastore – Parte Quattordicesima – Pasqua

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“Agnus dei” di Francisco Zurbaran

E come ogni anno arrivò il giorno di Pasqua. Il paese per l’intera settimana restava silenzioso e le campane non emanavano rintocchi per rispettare il ricordo della morte di Cristo. Ai fanciulli si raccontava che le campane volavano via a Roma, ma quando arrivava il giorno della resurrezione la cittadina si riempiva di uomini e donne e bambini e vecchi provenienti da ogni angolo del mondo. Tutti riuniti assieme in una gran festa e le piazze e le strade e le chiese si ricoprivano di colori cangianti, di festoni, di preghiere, di canti. Le madri facevano trovare delle uova di cioccolato ai propri bambini e tutti si scambiavano segni di felicità e pace.

Anche noi nel bordello di Bernadette partecipavamo di quella febbrile allegria. Era usanza che venisse chiuso il bordello per un paio di giorni nei quali si festeggiava insieme alle ragazze, Madame Lefevre, Lazare, Antoine e tutti gli amici che bazzicavano da quelle parti.

Non era assolutamente religiosa Bernadette, o meglio era religiosa a modo suo, però quando si trattava di festeggiare le ricorrenze cattoliche era sempre pronta ad organizzare grandi feste. Era ormai diventata una cara abitudine che si trascinava dall’infanzia quando trascorreva il Natale, la Pasqua e tutte le altre festività religiose con i suoi genitori ed i parenti.

“Si sono sempre fatte delle gran belle abbuffate in casa mia per il giorno di Pasqua e non voglio perdere questo piacere solo perché un ateo di merda deve farmi le sue lezioni del cazzo sulla coerenza!” soleva dirmi Bernadette quando sottolineavo il fatto che non avrebbe dovuto ricordarsi di essere cattolica solo durante le feste. Ma alla fine mi piaceva quel suo modo di essere felice. Chi ero io per giudicare una donna che aveva voglia di ritornare con la mente alla sua infanzia e ai suoi affetti organizzando delle cene un paio di volte all’anno?

Partecipavo anche io a quei suoi banchetti luculliani. Ognuno di noi portava un piatto tipico che aveva cucinato e poi condividevamo il pasto nella grande sala da pranzo del bordello. Quell’anno la casa di Madame Lefevre era tirata proprio a lucido per l’occasione. Tutto era in ordine e si sentiva un fresco profumo di lavanda e di pulito in ogni stanza. Non riuscivo a credere che quella fosse davvero casa di Bernadette. Ogni angolo brillava come se fosse nuovo: la tavola era già imbandita con il servizio buono e i calici di vetro soffiato che le erano stati regalati da un cliente bavarese che nonostante avesse il pisello piccolo, dicevano, scopasse da Dio. C’era anche un paio di candele accese nel centro tavola che era un trionfo di fiori di stagione e frutta secca.

“Signori, accomodatevi e divertitevi” disse Bernadette raggiante. Non era così cordiale da molto tempo e tutto questo mi rendeva ancora più gioioso.

Ci accomodammo. Già i nostri piatti erano sul tavolo ed aspettavano solo di essere assaggiati dai commensali. Io avevo preparato delle uova alla benedettina, un piatto che si cucina sempre in casa mia per Pasqua. Avevo imparato a farlo da una mia zia materna che quando aveva scoperto che a tredici anni fossi ancora vergine volle assolutamente fare sesso con me per soddisfare una sua strana voglia di fottersi un ragazzo ancora inesperto. In cambio mi promise di darmi qualche lezione di cucina che, a suo avviso, mi sarebbe potuta servire per fare colpo su qualche ragazza. In verità non riuscii mai a rimorchiare esibendo le mie doti di cuoco, però da allora sapevo cucinare delle ottime uova alla benedettina.

Avevo preparato il tutto a casa di Antoine la mattina prima del pranzo. Per questa ricetta mi servirono otto uova, otto fette di pan carré, del salmone affumicato e la salsa olandese. Feci scaldare all’interno di un largo tegame molta acqua addizionata a dell’aceto bianco facendo attenzione che l’acqua sobbollisse senza arrivare mai ad una ebollizione turbolenta che avrebbe potuto danneggiare le uova. Ruppi un uovo dentro una piccola ciotola e lo feci scivolare all’interno dell’acqua con l’aceto. Prima di adagiare l’uovo nel tegame è necessario creare come una sorta di piccolo vortice all’interno dell’acqua dove l’uovo viene quasi carezzato e raccolto dal moto circolare delle onde. Lasciai cuocere l’uovo per tre minuti poi lo riposi delicatamente su uno strofinaccio pulito per asciugare l’acqua in eccesso. Ripetei la stessa operazione con le altre uova.  Nel frattempo avevo già fatto riscaldare il forno a 180 gradi. Tostai le fette di pan carré e le adagiai in una teglia. Disposi quindi su ogni fetta tostata una fettina di salmone affumicato e un uovo affogato. Il tutto lo scaldai in forno per un paio di minuti. Precedentemente avevo preparato la salsa olandese. Per la salsa olandese bastò sbattere tre tuorli d’uovo con dell’acqua fredda in una ciotola riposta poi su un bagnomaria caldo. Continuai a sbattere i tuorli fino ad ottenere un composto spumoso e leggero. Incorporai dunque duecento grammi di burro morbido a pezzettini, poco alla volta, finché ottenni una crema densa ed omogenea. Aggiunsi allora sale, pepe e il succo di un limone filtrato, sempre lentamente. Tenni questa salsa al caldo a bagnomaria fino all’ora di pranzo quando poi, a casa di Bernadette, la versai ancora calda sulle uova alla benedettina.

Il piatto riscosse un certo successo, ma anche gli altri convitati avevano cucinato ottime pietanze che arricchirono la tavola di Madame Lefevre. Il piatto che più mi piacque fu però quello del mio caro amico Antoine che cucinò un delizioso capretto ai profumi del Mediterraneo.

Di solito per pasqua si cucina l’agnello, ma Antoine allevava capre e così decise di adattare alla carne più rustica e decisa del capretto una ricetta per agnello. Il risultato fu ottimo. Il piatto si presentava già alla vista appetitoso: tre piccoli tranci di coscia di capretto tenerissimo ricoperti da un intingolo delizioso composto da erbe aromatiche del Mediterraneo, rosmarino, basilico, menta, aglio, poi senape e peperoncino piccante ed infine un tocco di limone. Il tutto accompagnato da patate e verdure di stagione. Ne mangiai fino ad essere sazio.

La carne era particolarmente tenera a saporita, era così morbida che quasi si scioglieva in bocca e non c’era bisogno di tagliarla col coltello. Fui avvolto e stregato da quel sapore.

Quello fu uno dei giorni più sereni e spensierati della mia vita, passato a scambiare gesti d’affetto e cordiali discorsi in un atmosfera pacata e allegra. Uno di quei giorni in cui ci si sente bene davvero e si dimenticano tutte le idiosincrasie, le piccole storture, le malinconie che intorbidiscono questo nostro vivere di fretta. Io avevo ancora voglia di essere carezzato fra le dita dal soffio del vento e respirare piano l’aria fresca del mattino chiudendo gli occhi, cancellando, anche solo per un attimo, i malumori che mi portavo addosso, la mia colpevole brama di ricercare la libertà nei labili piaceri concessi dal tempo e dalla natura. E quella domenica avevo raccolto in me il mio dolore e ne avevo fatto motivo di dolce quiete ascoltando silenziosamente ciò che il mondo intorno aveva da dirmi. Capita troppo spesso di essere come intrappolati nel proprio egocentrismo fingendosi superuomini e credendo di riuscire a bastare a se stessi da non accorgersi quanto gli altri abbiano da raccontarci.

Ma da quella domenica tutto cambiò irreversibilmente, tutto mi crollò addosso. Da quella domenica cominciò il mio dramma di uomo, e fui di nuovo solo.

Leoluca Palminteri

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