Incontro in Biblioteca

Mi trovo inea51f74448474b833030518f7eaef5df biblioteca, come tutti i martedì mattina. Leggo. Il caldo e l’umidità hanno reso l’aria spessa. Ogni tanto travalico con lo sguardo i bordi ingialliti del libro che sto leggendo e in un attimo di noia vengo preso dalla distrazione del mondo. Osservo chi mi sta intorno, le lampade da tavolo, le scrivanie in legno e altri lettori presi dalle loro letture o da moti di distrazione come il mio.

Poi, di fronte a me, come un miraggio, scorgo il volto delicato di una giovane donna intenta a studiare un grosso libro di diritto. Occhiali rotondi, capelli neri e morbidi, nasino schiacciato, occhi a mandorla, vestitino bianco su cui si adagiano piccoli motivi floreali. Dall’aspetto sembrerebbe una ragazza orientale, cinese o coreana. Forse giapponese, non so. Non è bella, ma mi attrae quel suo cipiglio da dottoranda, quella ruga che le inarca il sopracciglio su un pensiero un po’ complesso catturato sul foglio e da rivedere dopo. Mi piace. Scendo con lo sguardo, lentamente, sotto la scrivania, tenendomi ancorato al libro, come fosse uno schermo. Avvisto i lembi della gonna che si adagiano delicati sulle ginocchia bianchissime. Intravedo la pelle rosa delle cosce e poi le gambe sottili e un po’ corte, finire su una caviglia elegante e due piedini da giovane ballerina calzati da dei sandali beige. Oh i suoi piedi, che visione sublime! Incrociati, uno sull’altro, inarcati a volte, seguivano coi loro movimenti agili e imprevedibili i turbamenti intellettuali di quella giovane donna, sola, ignaro oggetto della mia contemplazione.

Vedo quei piedi e leggo i suoli che hanno calpestato, le spiagge assolate di Okinawa, i granelli di sabbia dorata scorrere fra le piccole dita in un pomeriggio d’agosto, le corse sudate fra i boschi di Aokigahara, la strada polverosa che collega la casa dei genitori alla bottega alimentare nella periferia a sud di Kyoto, il quartiere immerso nel verde dove si trova la casa degli Smiths, in Scozia, durante la vacanza studio, l’acqua fredda del lago, l’urto contro lo spigolo del comodino che tanto dolore provocò, le mani tremanti di Patrick alle quali è stato concesso solo un massaggio, la sensazione carezzevole sulla pelle data dai collant, il solletico e le risate con Jason a cui è stato concesso molto di più …

Vedo quei piedi e immagino un cazzo rossotestuto. La maestria nell’arte della masturbazione attraverso i piedi espressa in movimenti decisi e continui lungo l’asta del pene, attorno alla sacca scrotale, sul glande. Con le calze o con i piedi nudi, umidificando la pelle con la saliva o con particolari lubrificanti. Alluce, illice, trillice, pondulo e minolo si muovono coordinati con l’arco della pianta fino al tallone sul sesso turgido, in balia della stimolazione e che attende, teso e temerario, di bagnare quelle suole e quelle dita col suo seme, nella voluttà d’un orgasmo.

I piedi cessano il loro movimento squisito sotto la scrivania, si piantano al suolo e la ragazza, con un movimento deciso, scosta la sedia e si alza in piedi. La giovane orientale, anonima, muove il grosso libro di diritto, lo chiude là dove aveva riposto un segnalibro, e lo porta in braccio. Raccoglie le sue cose e fa per andar via. Ora che è in piedi appare più bassa di come l’avevo immaginata. Magra, ma con un seno florido, premuto dal reggipetto di cui si intravede una spallina. Con un gesto della mano, la ragazza sistema il vestitino floreale e si gira verso la porta della biblioteca.

Ad un tratto un rumore imbarazzante, quasi impercettibile, la costringe a fermarsi. La giovane donna punta i talloni per terra e diventa paonazza. Trema cercando di trattenere qualcosa dentro. Una lotta che dura un paio di secondi, di titubanza e vergogna. Poi un rumore più forte, vibrante, osceno, di pernacchia, che riecheggia nella sala silenziosa. Oh, meraviglioso suono generato da un vergine strumento! Sonora flatulenza che commuovi gli spiriti ed i cuori!

La vergogna è troppa. Tutta la sala di lettura si è accorta di lei. La ragazza è rossa in volto, sconvolta, vuol piangere, sembra muovere la bocca, come per urlare. Resta muta. Inarca la schiena, si piega in avanti. Emette un altro spernacchio, forte, ma più breve. Nella sala cresce il brusio, tutti gli occhi sono puntati su di lei. La giovane donna inizia a lacrimare, silenziosamente, ancora curva in avanti.

Qualcosa si muove sotto la sua gonna a fiori. Il suo bel culetto sodo e rumoroso sembra muoversi da solo e, inspiegabilmente, pare ingrandirsi. La gonna ormai non riesce a coprire il fondoschiena. Le mutandine si sono lacerate sotto la spinta della carne che cresce. Guardo meglio. Non si sta dilatando la carne bianca e rosa delle sue cosce ma il suo ano. Si allarga a dismisura, deformandosi e torcendosi. La ragazza è a bocca aperta, gli ofbc3d554d1080e91d89128e65fbcbd11cchi ribaltati bianchi, la lingua penzoloni, in punta di piedi.

L’ano sembra aver vita propria. Continua a crescere minaccioso, inghiottendo ciò che resta di quel corpo inerte. Slargandosi ingloba quel che ha intorno. Prima il sederino delizioso, poi la schiena e il busto con le braccia. Anche il seno, liberatosi della gabbia del reggipetto, roseo e sodo, con ritti capezzoli rossi, è stato fagocitato da quel mostro. Subito dopo è il turno del collo bianco e della testa. L’ano sta inghiottendo le cosce, le ginocchia, le gambe, le caviglie. Infine, i piedi, insieme alle spiagge di Okinawa, ai boschi di Aokigahara, alla bottega di Kyoto, ai prati scozzesi, alle avances di Patrick, alle carezze di Jason e al cazzo rossotestuto. Non è rimasto più nulla.

Finisce anche per me questa mattinata in biblioteca. Mi alzo, chiudo il mio volume, dove avevo lasciato una matita come segnalibro ed esco sconsolato.

Ah, l’amore è la fantasia più crudele.

Ermes Marana

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