Bullone e Quell’altro – Kimono sogna (2) (1′ Parte)

  kimonosogna4

  Io sono un gatto morto. Un gatto puttana che sogna.

  Quando ero un gatto castrato dovevo per forza prendere al volo ogni cosa che volava. Gli occhi diventavano grandi, il corpo si caricava ed era elettrico e seguivo ogni minimo movimento della cosa che volava, ero attaccato a quella cosa che volava e poi saltavo.       

  Saltavo da solo, il corpo saltava, quell’altro saltava, ma solo adesso che sono morto l’ho capito, solo adesso che sogno, perché adesso posso vedere quell’altro, adesso sono quell’altro e l’altro che saltava è diventato quell’altro e lo posso vedere.

  E ogni oggetto che volava era mio, prendevo falene, le schiantavo a terra con la zampa e sentivo il copro morbido sotto il morbido dei cuscinetti e spingevo e poi stritolavo e le ali prima si rompevano e poi si sgretolavano e anche il corpicino di insetto cedeva, si apriva e si allargava, iniziava ad uscire fuori da sé stesso come un purè.

  Poi la lasciavo un po’ andare, tanto per vedere se volava ancora, così almeno si muoveva un po’ e la potevo prendere di nuovo, di nuovo morbido sotto morbido che spinge.

  Un po’ si muoveva, forse volava, vola-e-salto di nuovo mia, miauuu!

  E adesso le mangio prima la testa, così la smette un po’ di essere viva e di capire che ha un corpo. Adesso la stringo ancora di più, così esce tutto il corpo di dentro fuori e posso mangiare le due cose separate e capirle bene tutte e due, la crosta e il purè, dentro e fuori. Quelle grandi sono meglio delle scatolette con la gelatina che mi dà papà.

  E poi mi mettevo sul balconcino fuori casa e fissavo il cielo con gli occhi semichiusi, sempre bello rilassato che tanto che cazzo me ne frega a me –

  voi pensate, io capisco.

  Gennarino pensava – e fallo pensare – e pensava e poi entrava e usciva tre volte di seguito dalla stessa stanza perché aveva dimenticato le cose – perché pensava. Io non mi dimentico mai niente, io non ho niente. Io mica entro ed esco per tre volte di fila dalla mia stanza, io vado dove devo andare e basta, al massimo mi metto a fissare il muro bianco per ore, ma è perché vedo i puntini di Gesù,

  voi siete umani, io sono un gatto morto puttana, la puttana di un ritardato,

  sono il fantasma degli animali morti.

  Mi mettevo rilassato, a zampe conserte di fronte al cielo, aderente con la pancia senza peli alle pieghe del velluto del divano così sentivo bene e guardavo il cielo, la palma che ondeggiava sempre col vento, ogni tanto veniva Gennarino a fumare l’oppio con la carta stagnola, ogni tanto c’era la vecchietta della palazzina di fianco che dava da mangiare agli uccelli e veniva uno sciame di piccioni stupidi.

 E il mio padrone mi chiamava piccione. Ecco perché lo odio, perché mi ha castrato e mi chiamava piccione.

  Io dovevo prendere tutte le cose che volavano, non lo pensavo, lo capivo e basta e il corpo andava.

Michele Noccioli

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