Bullone e Quell’altro – Kimono sogna (2) (2′ parte)

  kimonosogna3

  Quando vedevo i piccioni che volavano, così grandi, così tondi, piumosi e stupidi, così tondi, così che si muovono, che volano, grandi tondi stupidi che volano e gli occhi diventavano assai grandi, si aprivano così tanto che vedevo attraverso le cose. Io vedevo dentro il piccione, vedevo la carne, vedevo io che saltavo, un salto enorme, già calcolato, già pronto nel corpo, già scritto nelle zampe di dietro e quelle davanti e nel modo in cui dovevo allungare il corpo, tutto pronto, e esitavo…

aspettavo

perché c’era la morte.

  Era questa la sola cosa che mi rendeva più simile a voi mortali. Proprio quando c’era la morte il corpo non andava da solo, e io ero già un po’ quell’altro, ero una sfumatura di quello che siete voi, un puntino appena appena accennato fatto su un foglio bianco con un pastello giallo canarino. Il corpo non andava da solo, ma non pensavo, il corpo si fermava e sentivo una cosa come un pensiero, ma lo sentivo nel corpo, non mi parlava nella mente.

  E infatti è per questo che quando sono morto sono diventato quell’altro e ho capito tutto, perché adesso io sono solo cose che parlano nella mente che è ogni cosa.

Il mondo è pieno di fantasmi di animali morti.

Guardatevi negli occhi e capite.

  Ed è così che sono morto, a sedici anni, ero il gatto più vecchio di tutti, sapevo tutto,ogni cosa dei gatti, ma non il piccione. E il mio padrone mi chiamava piccione e mi aveva castrato e si fumava l’oppio con la carta stagnola e il fumo mi andava in faccia e mi faceva addormentare e mi svegliavo rincoglionito porcamadonnadeigatti!

  Sono morto così, con il piccione. Prima l’ho sentita, ed era la morte, la profezia della morte come un brivido che mi rizzava i peli.

  Io gatto che sentivo. Sentivo la morte, che mancava poco, che dovevo andare via, che se morivo quello, Gennarino, papà, non mi doveva vedere morire, questo no, io non sono la tua puttana da seppellire,

io sono la puttana imbalsamata e viva, il cadavere che sogna,

il fantasma senza occhi che vede, che è pronto da riempire di crema.

  Dovevo prendere il piccione e morire. Questo e basta, morire dopo aver preso anche il piccione,

morire dopo tutto.

  L’ho sentito il piccione, l’ho sentito subito e allora mi sono messo a zampe conserte come sempre. Tanto già sapevo il piccione che dovevo prendere, me l’avrebbe detto tutto, già me lo diceva tutto, tutto quello che stava intorno a me, le piante grasse e le rampicanti del balcone, la palma che ondeggiava di fronte, le nuvole che si spostavano piano nel cielo. Tutto pulsava e disperdeva energia, energia che però andava sempre più concentrandosi e il mio corpo era in quell’energia, in quell’energia che si concentrava e che gli entrava dentro e lo guidava e sarebbe esplosa nel momento in cui l’altra energia, quella fuori si concentrava, si concentrava tutta in un unico punto – il punto del piccionedellamadonna. Era già tra le mie zampe, morbido, tondo, carne che si muove forte, che non vola più, che cade con me e moriamo insieme, e ci spiaccichiamo per terra dopo venti piani e siamo un unico catarro di carne e piume pelose, il gatto e il piccione morti, il gatto piccione,

il gatto cippone, io e l’altro insieme,

e ciao.

  Per questo Bullone è il mio vero padrone, perché anche lui vuole la stessa cosa, anche lui vuole prendere il piccione.

  Anche lui è come me. Anche lui è un fantasma senz’occhi che vede.

  Lui vede senza sapere di avere gli occhi.

Michele Noccioli

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