Il Pastore – Parte Quindicesima – Amicizia

"Nigredo" di Dino Valls

“Nigredo” di Dino Valls

Finimmo di pranzare che erano passate le quattro. Fu davvero una gran bella abbuffata. Antoine tornò presto a casa. Diceva di avere delle strane voglie in corpo che doveva appagare in qualche modo. Io rimasi ancora da Bernadette per godermi quel pomeriggio perfetto. Chiacchierai a lungo con le puttane e i pochi ragazzi rimasti del più e del meno, di discorsi leggeri, d’amore. Io certo non volevo parlare d’altro che d’amore. Come ogni cuore innamorato che palpita e non vuol far altro che raccontare al mondo la sua felicità. Ma dovevo tacere. Sapevo bene che non sarei stato capito. Nessuno avrebbe capito che il mio era un amore vero.

Cercai così d’evitare il più possibile il discorso, ma le ragazze (e si sa le ragazze a quell’età non fanno che parlare d’amore) raccontavano di come sarebbe stato bello vivere una storia romantica, delle loro storie passate turbolente, dei loro sentimenti.

“E tu? Tu che rimani lì zitto e sei diventato tutto rosso? Non ci vuoi raccontare la bella novità, il tuo nuovo amore?” Sapevo che non avrei dovuto dir nulla a quella civettuola di Cocotte!

“Perché cosa è successo?”

“Dai dicci tutto!”

“Che novità?”

“Vogliamo sapere, vogliamo sapere!”

Mi irrigidii di colpo, dovevo essere paonazzo. Mi faceva piacere, però, essere così al centro dell’attenzione. Essere considerato da quelle ragazze un amico del quale interessarsi, anche solo per spettegolare un po’.

“Perché mi fai questo Cocotte? Sai che mi vergogno … Ad ogni modo sì, è vero, mi sono innamorato, non c’è niente di male”

“A sì e di chi?”

“Dicci su”

“Ed io non ne sapevo niente! Ti ricordo che siamo sempre marito e moglie, come hai potuto nascondermelo?” tutti scoppiarono a ridere per il tono ironico di Bernadette. Mi sentii un po’ in colpa per non averle raccontato nulla, ma non mi scusai dicendo che non avevo trovato mai il coraggio di farlo.

“Dai! Non fare il timido, dicci come si chiama almeno”

“Bè si chiama … si chiama Marie e l’ho conosciuta in montagna, a lavoro”

“Non dirmi che è quella vecchia troia di Madame Leroy!” proruppe Bernadette riferendosi ad una signora che abitava ai confini della proprietà di Antoine.

“Guarda che è morta due anni fa” ricordò una ragazza.

“No, no, nulla di questo. Si tratta di una cosa complicata da spiegare … cioè … allora Marie è una piccola capretta del gregge di Antoine che io stesso questo gennaio ho visto nascere”

Lo dissi così velocemente che anche io stentai a capire. Ormai però lo avevo detto. In quell’istante pensai a quale sarebbe stata la loro reazione, se avrebbero riso di me, o peggio ancora avrebbero confuso il mio amore per una perversione passeggera. Nessuno si scompose.

“Conoscevo un tale che aveva avuto una relazione con una capra molti anni fa. Diceva che il sesso fosse meglio che con le donne, perché le capre hanno la fica più stretta e la bocca più chiusa!” si misero di nuovo tutti a ridere. Anche io sorrisi. Quell’affermazione maschilista offendeva un po’ la mia piccola Marie, però non mi fraintese nessuno e nessuno sembrava sorpreso dalla mia storia d’amore.

Tornai a casa che era già orario di cena. Mi ero davvero divertito, ero felice. Entrai nel salone e di fronte ai miei occhi uno spettacolo immondo. Sangue dappertutto: sul divanetto, sui mobili, sulle pareti, per terra. Sembrava di essere dentro ad un mattatoio o in un film horror di quelli che lasciano svegli la notte.

“Che cazzo succede qui dentro!” esclamai e seguii una striscia di sangue che portava verso la cucina.

“Antoine ma che cazzo hai fatto?”

Antoine era in ginocchio, mezzo nudo, con un’erezione vistosa ed un coltello da macellaio in mano. Sotto di lui stava un corpicino esangue, mutilato, sporco di liquami e sangue. Era la ragazzina di Antoine; quel pazzo l’aveva ammazzata.

“La situazione mi è sfuggita di mano. Stavamo solo giocando un po’. Comunque sia dobbiamo disfarci del corpo, tieni questa accetta e facciamola a pezzi”

Ero leggermente turbato, ma quel plurale, quel noi, mi rese felice. Voleva dire che per Antoine ero un amico. Un amico vero, di cui ci si può fidare se arrivano gli sbirri, a cui si potrebbe affidare un figlio, per cui avresti fatto ogni cosa. Ed un amico si aiuta quando ha bisogno. Così presi quell’accetta e insieme facemmo a pezzi quel corpicino morto.

“E adesso che ne facciamo?” chiesi quando finimmo il lavoro.

“Buttiamola nel fiume” mi rispose Antoine.

E ci dirigemmo con il furgone, a notte fonda, verso il fiume che passava lì vicino. Le acque del fiume scorrevano impetuose, frusciando, scure per il buio. Gettammo uno dopo l’altro quei pezzettini di carne che sembravano i tranci di capretto che avevamo mangiato a pranzo. Un frammento dopo l’altro quel corpo spariva nell’oscurità e con lui ogni pericolo per me ed Antoine di essere incriminati. Finito di gettare tutti i resti di quell’omicidio nel fiume Antoine si fece il segno della croce in rispetto per quell’anima che tornava al suo creatore.

“Era pur sempre un essere vivente, non sono mica un mostro” disse.

“Non mi ricordo neppure il suo nome”

“Neanche io. Chiamiamola Katie, come il persiano che aveva mia madre prima di morire”

“Addio Katie”

“Ci mancherai” stette un paio di secondi con le mani giunte e gli occhi bassi poi riprese fiato e continuò “dai, andiamo a casa a farci un paio di bicchierini d’assenzio, ci vogliono proprio dopo una sera così”.

Leoluca Palminteri

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