Randagio – Non c’è peccato

1

Cappuccio abbassato, occhi vuoti.

Dentro gli occhi non c’è niente: mare bianco calmo di sperma e un punto nero di matita. Se mi guardi negli occhi non vedi niente, non mi vedi, io non sono negli occhi, sono fuori.

Se mi guardi negli occhi non vedi niente, vedi il nulla e ti ritrovi solo con te stesso.

Se mi guardi ti vedi. Se mi guardi ti vedi per la prima volta. E puoi essere terrorizzato o la persona più felice del mondo.

Dentro ho il vuoto, e sto bene. Dentro le pupille un galleggiante fermo, e sto bene.

Vedo un cieco che avanza a testa in aria, un cieco che vede col bastone le cose che non tocca. Un cieco a Piazza Puntoni che per poco non prende una colonna, e ho voglia di abbracciarlo.

Ma io uccido, uccido come abbraccio, e lui dovevo ucciderlo. Non c’è storia, niente che tenga. Il cieco lo abbraccio, ma lui l’uccido.

Quello crede di sapere tutto, quello fa credere alla gente che esistono ancora le cose, le cose da sapere, le cose del mondo e del potere.

Io vedo troppo bene. Vedo i palazzi fino alla punta, li seguo fino alla fine dove inizia il cielo. Vedo l’asfalto, i sanpietrini, i piedi, la polvere, le scarpe, i lacci, la trama dei lacci, l’intessitura dei pantaloni, la carne che preme sul jeans, le vene e il sudore –  io vedo dentro. Il mio sguardo preme dietro l’iride, spinge – il mio sguardo è fuori di me e vede dentro.

Io non sento niente, io non ho niente. Quando cammino è come se camminassi nudo per strada con mille sguardi addosso, mille occhi e non ho paura, mille occhi e li vedo tutti, ad uno ad uno, dritti dentro – mille sguardi che poi si abbassano perché dentro quegli occhi non hanno visto niente – perché dentro quegli occhi si sono visti, e hanno guardato soltanto tre secondi e hanno avuto paura e hanno abbassato gli sguardi e i teschi.

Io sto bene.

2

Io ti uccido e sono felice, perché non posso esser triste, perché non posso aver paura; perché non ho niente – come posso aver paura? Io non ho niente, non sono niente, e tutto mi entra dentro, tutto m’attraversa, tutto raggrumo dentro e sento, sento ogni cosa, possiedo ogni cosa, sono tutto.

Il mondo è perfetto così, lo vedo e è perfetto. Io sto bene.

Io sono la paura, come posso aver paura?

Come posso non ucciderti se tu invece credi di esser tutto e non sei niente? Se credi di sapere tutto? Di dire il mondo con dieci parole?

Io abbraccio il cieco, la negra che non capisce un cazzo alla Pam e compra cose a caso, lecco i piedi alla ragazza timida e grassa che rifugge ogni sguardo, mi spacco una canna col tossico che si chiama come me sotto i portici di Palazzo Felicini, io bacio in fronte la morte e la amo – ma tu devi morire e io t’uccido e so che sarò felice e non sarà peccato se il peccato non esiste. Tutto è giusto, tu che muori – benedetto.

Sento di avere le palpebre pesanti, sento gli occhi semichiusi, ma mi specchio nel finestrino della Panda blu e sono aperti, sbarrati.

Sono profondamente consapevole di ogni movimento. Non sento solo l’ombra della sensazione, l’ombra della mano che si sposta, io sento tutto. Sento dentro, sento tutto quello che dentro di me si muove fino ad arrivare alla mano, e capisco cos’è la mano, e mi sento puro. Ogni movimento puro, ogni movimento è tutto, tutto si muove in ogni movimento, l’universo intero nella mano, sulla punta dell’indice.

Io ti uccido. Vado in bici per Via Zamboni e tu sei di fronte a me, con la tua bici rossa del cazzo. Urli che un miliardario bolognese è stato ucciso dalla mala e che negli omogeneizzati c’è la droga e dici Svegliatevi, due frasi sul mondo e sul potere e Svegliatevi, due frasi e hai detto tutto, credi di aver detto il mondo, credi di sapere il mondo e lo urli per le strade. Urli sempre degli omogeneizzati e del miliardario, lo dici almeno sei volte in tre minuti e ti sposti di dieci metri e lo urli di nuovo, Svegliatevi! E ci credi. E la gente un po’ non se ne frega e un po’ ha paura, ma la gente non capisce. Con me ha paura, ma perché capisce. Con te ha paura e basta, ha paura e non capisce –  ti devo uccidere. E ti vengo in contro, mi guardi subito, hai l’istinto di urlarmi degli omogeneizzati in faccia, ma vedi gli occhi vuoti due secondi e abbassi lo sguardo e il teschio, e continui a urlare alla gente che passa sotto i portici, ai giovani che stanno seduti sui gradoni del 38 e io salto dalla bici e ti mordo il collo, ti mordo in gola, stringo le vene sotto i denti e le apro e il tuo sangue è buono, e sono troppo felice adesso, troppo che strappo tutto, che mastico le parti dure, che sputo dentro, che scatarro merda rossa in aria, che mi vomito addosso e rido forte e rido e urlo e rido e rido, e vedo…

Vedo le ragnatele cucite sugli angoli alti della stanza, i ragni tra le crepe che aspettano nel buio, vedo i rami che infrangono il cielo bianco fuori dalla finestra, la catasta di felpe e jeans sul letto, la frittata appena cotta appoggiata sopra, l’olio che impregna il tessuto come il pane, mi vedo sdraiato e felice sulla sdraietta blu che bevo vino marcio, che voglio una righetta d’emme per sentire meglio, vedo tutto e non c’è niente.

Dov’è il peccato? Non c’è.

Ci sono solo le ragnatele, i ragni, i rami e li cielo, i panni e la frittata, me che sono felice, dov’è il peccato? Non lo vedo. I ragni, la frittata, io felice, ci sono, il peccato no. Non c’è. Non c’è niente ed è troppo bello. Non c’è niente, e sto bene.

 Cappuccio abbassato, occhi vuoti. Non c’è niente, e sto bene.

Randagio

3

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