Bullone e Quell’altro – Siamo Edgar Allan Poe

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Capivo tutto, ho capito pure il momento esatto che ci alzavamo e andavamo a prendere la macchina, lo sapevo già da prima, vedevo il futuro così, proprio assai semplice, vedevo già le cose che succedevano dopo, le cose che dovevo fare. Assai facile proprio, era tutto già fatto alla fine, lo dovevo solo fare.

Il viaggio in macchina era una scivolata sul letto di mare, come Gesù che cammina sull’acqua e non se ne accorge neanche.

Siamo arrivati vicino casa e Loccio ci ha lasciati, ci ha lasciato a me e Bullone che era ancora fatto di spidd e andava un secondo da Favetta a fare la mucca che tanto quella era già sveglia e la mattina puzzava un po’ di meno che si lavava la faccia quando si svegliava.

Io avevo già visto che aprivo la porta da solo e prendevo il fucile e mi guardavo allo specchio e vedevo dio, e è successo.

L’ho preso, specchio e dio – tutti e tre. È successo.

Finalmente vedevo bene, vedevo meglio di bene, vedevo meglio di quando pensavo che vedevo bene.

E quindi via, semplice proprio, liscio che si scivola, Gesù sul mare bava di lumaca, io che guardo avanti e già lo so che devo fare.

Faccio un cannino, vado alla scrivania, poggio la bottiglietta d’emmeddì di là, il fucile allegro di qua e sento Bullone e Favetta che fanno le mucche sopra e scrivo, come adesso, essì. Facevano le mucche assai forte, Favetta urlava assai proprio e faceva bu bum bu bum bu bum, e io scrivevo di loro che facevano le mucche.

Che tutto da qua è iniziato, alla fine, e qua finisce.

Sto libro l’ho scritto tutto insieme prima che mi sparavo, lo dovevo scrivere a metà tra sonno e veglia, coi sorsini piccoli per stare a metà – né sveglio, né dormire, a metà, dove vedi tutto, dove sei di qua e di là insieme. L’ho visto quando tutto era tutto che lo dovevo scrivere e l’ho scritto, andava da solo, va da solo, da solo sulla pagina, io seguo e vedo che piano piano vive sempre di più – ma alla fine era già tutto scritto, è già tutto scritto, io l’ho scritto ebbasta.

E poi mano a mano che lo scrivevo ho capito che lo dovevo scrivere per capire, per capire bene tutto, per capire l’universo negli occhi, tutto l’universo e io dentro con le cose che scorrono e poi BAM! Io ero Edgar Allan Poe e dovevo morire. A lui l’hanno ucciso i fantasmi dei cani morti e gli hanno trasmesso la rabbia dei fantasmi dei cani morti e è morto. Io mi sparo da solo con il fucile di nonno col cane allegro di metallo che sta di qua. Uguali moriamo, tutti e due coi cani,

siamo Edgar Allan Poe.

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Edgar Allan Poe con il piccione e Piccione

Michele Noccioli

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