Il Pastore – Parte Diciassettesima -Conversione

La mia ferita non era ancora guarita del tutto. Erano già tre giorni che stavo sdraiato su quel letto freddo d’ospedale a struggermi dentro. A morire nel cuore ogni volta che pensavo a lei. Non potevo restare ancora fermo in quel dolore a piangermi addosso. Dovevo cercare una via di scampo dalla mia solitudine, dalla mia depressione. Solo attraverso la fede avrei potuto rincontrare me stesso e pagare, anche se soltanto in parte, per ciò che avevo fatto. E l’unica fede che avrei potuto abbracciare si trovava lì su quelle montagne, tra i boschi, in quel villaggio abbandonato.

Fuggii da quell’ospedale che avevo ancora il camice addosso. Mi ritrovai nel parcheggio. Non avevo tempo da perdere. Sapevo che la celebrazione doveva tenersi proprio quel giorno, ma mancava poco prima che iniziasse. Decisi di rubare un’auto. Cercai di infrangere con il gomito il finestrino d’una macchina, ma quello non voleva sapere di rompersi. Mi feci anche male. Non era così semplice come si vede fare nei film. Gli lanciai contro un sasso ed aprii lo sportello. Riuscii a mettere quel catorcio in moto. Mi mostrò come si faceva un amico di Lazare che di professione rubava auto e ne rivendeva i pezzi. Non era difficile, bastava far strofinare i fili giusti. Partii. A quel punto non sapevo se fossi io a guidare quel mezzo e a condurmi lassù in montagna, o qualche spirito guida che sapeva cosa fosse giusto fare in quel momento.

Arrivai che il rito era già stato adempito.

“Padre!” gridai affannosamente.

Luca si stava sistemando gli slip e aveva mandato via la ragazza che aveva appena ricevuto il suo segno di vita.

“Caro figliolo, oggi non hai partecipato alla sacra mensa.”

“No, padre, sono arrivato adesso con quell’auto rubata e sono stato in ospedale e poi io … è così atroce quello che ho fatto …” stavo per piangere dalla commozione, ma lui mi carezzo dolcemente il viso con amore e comprensione.

“Adesso fa’ tacere l’impeto del cuore e racconta ciò che fu”

Gli dissi ogni cosa, con sincerità. In alcuni momenti più concitati non riuscii a trattenere le lacrime, ma Luca seppe essermi di conforto e ausilio, seppe consolarmi ed ascoltarmi. Fu il mio confessore, il mio supporto, la mia speranza. Gli mostrai infine la mia volontà di divenire padre del suo culto, di diventare Pastore di Vita. Lui mi guardò negli occhi, mi mise una mano sulla spalla e disse:

“Sei sicuro figliolo? È una scelta difficile, richiede molti sacrifici e oneri.”

“Sì padre, non desidero altro.”

“Hai sofferto molto e solo chi soffre dentro ed è sincero di cuore può adempiere a questo compito sacro. Solo il Dio onnipotente può ricondurci alla retta strada volgendo […] Giungi domani stesso in questo tempio del Signore e sarà celebrata la tua santissima conversione.”

Tornai in casa. Il mio vecchio amico non c’era. Era sicuramente impegnato in uno dei suoi traffici illeciti. Potei riflettere meglio su me stesso e sul mio futuro in solitudine. Ero eccitato e commosso allo stesso tempo, turbato e pensieroso sul mio destino. Sarei stato davvero all’altezza per quel nobile ruolo? Sarei riuscito davvero a pagare per il male commesso? Di certo la missione di Pastore di Vita non avrebbe rimesso i miei peccati. Ma solo così sarei stato davvero consapevole di ciò che avevo fatto e solo nel sacrificio e nella mortificazione del mio corpo e della mia anima avrei potuto trovare sfogo al mio dolore ed al mio rimorso.

Quella notte fu una notte difficile ed insonne. Non dormii se non per un paio d’ore sotto l’effetto dei sonniferi. Ero in fibrillazione, agitato, impaurito. Ma dovevo affrontare il mio destino. Avrei dovuto adempire al mio compito. Lo avrei fatto per il prossimo e per me stesso. Lo avrei fatto per dimostrare a me stesso che sapevo prendermi la responsabilità per ciò che avevo fatto. Non sarei fuggito più, sarei stato uomo.

Il mattino seguente mi presentai prestissimo al villaggio. Non c’era nessuno. Il sole, ancora basso nel cielo, non aveva riscaldato l’aria che era frizzantina un po’ per il fresco, un po’ per la mia eccitazione. Passò più di un’ora prima dell’arrivo di Luca e delle fedeli, ma mi sembrò molto meno preso come ero da tutti quei pensieri che, non avendo trovato conclusione nella notte, proseguirono il mattino seguente.

Tutto era pronto per il rituale. Mi dovetti spogliare completamente nudo e rimanere in piedi di fronte a Luca. Una ragazzina che non avevo mai visto prima stava genuflessa tra di noi con le mani giunte ed il capo chino. Quella bambina mi ricordava Katie: stessi occhi azzurri, stessa chioma bionda, stesso viso niveo, ma aveva qualcosa di strano nello sguardo, sulla pelle (forse era un angelo?).

Dopo una lunga omelia intensa ed appassionata Luca si diresse verso uno stanzino buio e ne uscì con una tonaca impolverata tra le braccia. Mi vestì di quella tonaca sacra. Alzò poi le mani al cielo mentre la piccola fanciulla in ginocchio gli sollevò la tunica e cominciò a masturbarlo. La ragazzina lo fece venire all’interno di un calice d’argento finemente decorato con intarsi d’oro e d’oricalco. Fece lo stesso con me. Venni anch’io nel calice. Poi la fanciulla si sollevò in piedi, alzò il calice in alto e con gli occhi chiusi bevve il suo contenuto d’un fiato.

“Da oggi non pascerai più capre e pecore ma anime e genti. Non sarai più un pastore di bestie, ma un pastore di uomini. Da oggi sei un Pastore di Vita”.

Da quel giorno diventai un altro uomo. Fui ministro di quella santa fede, ma non riuscii mai a liberarmi dal mio rimorso. E fu così che da quel momento somministro il mio segno di vita a tutte le donne che lo richiedono, qui fra le mie amate montagne, fra quegli alti Pirenei nei quali resterà racchiuso per sempre il mio dolore e la mia follia.

Leoluca Palminteri (Dio)

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