Lettera conclusiva di Gilberto Bree

seja marginal seja heroi

Hélio Oiticica, Seja marginal, seja herói (Sii marginale, sii eroe), 1968.

Torino, 22 dicembre 2015

Esattamente un anno fa, il 22 dicembre dell’anno passato, Rim Zjung-Man scriveva e spediva la prima delle sue carte alla redazione di pe®izoma.

Da quel giorno sono passate tante cose: nove struggenti ed eroiche lettere, colme di dolore e di rabbia, sì, ma anche di amore e speranza nel futuro, e poco più di un mese di collaborazione tra l’Italia di Perizoma e l’anonima Corea del Nord. Una collaborazione senza comunicazione. Tra di noi mai vi fu la possibilità di una conoscenza reciproca. Rim Zjung-Man scriveva le sue carte e noi le leggevamo, e il nostro rapporto finiva lì. Noi non contavamo nulla ai fini del dialogo, era come se non fossimo esistiti, lui parlava con il mondo intero. Aveva un sogno che pareva irrealizzabile, raccontare la verità sul proprio paese, e l’ha portato a compimento con coraggio. Ma non quel tipo di coraggio da eroe americano od omerico, un coraggio dei giorni nostri, fatto di febbricitanti paure che si fanno irragionevole sfrontatezza. Dietro di sé non aveva nulla, solo l’impiego come interprete e la reiterazione della routine, davanti la lotta. Polizia, servizi segreti, censura e poi di nuovo polizia e servizi segreti, il sospetto, il terrore non scemano mai, possono solo aumentare…

Rim Zjung-Man si è ritrovato davanti a tutto questo e l’ha affrontato con un’invenzione unica, degna di un genio delle lettere contemporanee. Un uomo che da solo ha costruito la letteratura di un paese di grandiose rovine. Ma che dico la letteratura? Rim Zjung-Man ha edificato la Corea del Nord. Per intero. Senza “se” e senza “ma”. Che sappiamo noi di questo paese scandito da un marziale 38° parallelo? Nulla. Nulla se non ciò che ci ha raccontato la voce e la penna di un uomo senza volto, senza profilo, senza voce, senza occhi, senza bocca, senza niente, se non un citrico e scolastico corsivo su carta di riso, lisa sui lati e sciupata dalle mani della polizia postale. Durante quel breve periodo nella buchetta della redazione venivano costantemente a trovarsi lettere provenienti da questo mondo lontano, occultato, una foresta magica del nostro XXI secolo. Arabeschi e maglie di inchiostro si sovrapponevano a francobolli che narravano una via della seta a ritroso e dentro, ad accompagnare una foto del Presidente Eterno Kim Il-Sung, vi era la rivoluzione controrivoluzionaria. La contestazione eterna degli oppressi, la lotta del più debole che non si arrende alla legge della giungla, la corsa del cervo inseguito dalla truppa di lupi affamati, la fuga spirituale ed intellettuale di un poeta della guerra dei nostri tempi, una guerra che ha oltrepassato gli orrori di Guernica ed Hiroshima, e anche le foreste fiorite di napalm, una guerra al di là delle buche dei vietcong e della guerriglia dei talebani e anche al di là degli attentati a Parigi e della guerra alla quotidianità, una guerra che è essa stessa quotidianità. Quotidianità crudele, macello non di uomini ma di persone. Ecco l’odore che si sentiva uscire da quelle buste.

Ed è questo l’odore che ormai non riusciamo più a sentire… È un anno esatto oggi (30 gennaio, giorno in cui desidero che questa lettera venga pubblicata) che Rim Zjung-Man, il nostro inviato da Pyongyang, come piaceva chiamarlo a noi, ci ha spedito la sua ultima lettera, lo scritto struggente di un prigioniero politico rinchiuso nella sua stessa casa in attesa della condanna a morte.

Ma che fine ha fatto Rim Zjung-Man? È stato ucciso dalla brutalità del regime? È riuscito ad espatriare in Cina senza farsi catturare dalla polizia? Avrà davvero recuperato il fucile del nonno per uccidere Kim Jong-Un?

Cercatelo! Guardate in faccia chi vi sta accanto e chiedetevi se quello è Rim Zjung-Man. Chiedete a tutti, agli amici, ai parenti, ai viaggiatori che tornano su sfavillanti aerei da patinati resort, alla polizia, al potere nazionale ed internazionale. Alzate la voce, domandate al mondo intero della sorte dell’uomo e della persona nascosti dietro un nome. DOV’È FINITO RIM ZJUNG-MAN?

Qualunque sia stato il suo fato non cambia nulla, questa è la lotta dell’uomo contro il mondo, un mondo di uomini ma anche di animali, di stati, di territori. Delle due una: o la Corea del Nord ha inghiottito l’uomo o l’ha vomitato fuori da sé, come elemento esterno, come merda o rigurgito. In entrambi i casi, però, Rim Zjung-Man è eterno, è terra, acqua, fuoco e aria, è un simbolo universale. È il fuggiasco che si nasconde sotto le foglie mimetizzandosi nel puzzo del fango, è il cadavere sotto la terra brulla pestata dai bulldozer e dai trattori, è l’innocente lanciato dall’aereo nell’eterno blu del mare, è il bendato legato al palo e fucilato dal plotone. Assieme ad altri mille, che dico, milioni, il nostro uomo si nasconde dal regime nella vita come nella morte. Il suo è un matrimonio con la rivoluzione, un matrimonio che non finisce nemmeno con la morte e nemmeno di fronte a Dio durante il Giudizio Universale. Come un novello Paolo, l’eroe coreano è stato preso da un piacere così forte che mai potrà essere separato dalla sua Francesca, una rivoluzione totale, messianica che, Rim Zjung-Man, scomparendo, sta portando al mondo come una buona novella.

Che sia morto o che sia vivo ormai non importa, la Rivoluzione è iniziata e ha un unico nome, quello di Rim Zjung-Man. Chiunque lotterà, chiunque si opporrà al potere con le parole o con i fatti, chiunque si porrà a difesa dei più deboli senza scendere a patti con nessuno, chiunque dirà “no” invece che scegliere il silenzio, in ognuno di questi brillerà una stella, la stella di un martire di nome Rim Zjung-Man.

TUTTI SIAMO RIM ZJUNG-MAN!

Legato alla colonna del supplizio c’è un santo laico e rivoluzionario, un martire per scelta e per destino. Un uomo.

RIM ZJUNG-MAN MARTIRE!

Un uomo come tutti noi.

TUTTI MARTIRI!

Gilberto Bree

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