Capitolo I – La casa dei segni

eco (2)Umberto Eco, come ogni giorno, appena il sole aveva raggiunto lo zenit, stava grufolando nella sua ciotola l’immondo pastone di cui gli era concesso nutrirsi. Era accovacciato sulla scodella di legno e muoveva la testa da destra verso sinistra, freneticamente, con il muso unto e ben affondato in quell’intruglio nauseabondo. Il rancio era composto degli avanzi del refettorio, delle evacuazioni e degli scarti tossici dei farmaci officinali prodotti dai monaci sotto la cui custodia viveva Eco. Sebbene l’odore emanato dal pastone fosse stomachevole, tutta l’aria era pregna dell’ancor più ributtante puzzo scaturito dalle carni grasse e deformi di quell’essere subumano.

Non aveva ancora finito di mangiare il miserabile, quando frate Michele da Saavedra, il cellario, con passo deciso entrò nel bugigattolo dove Eco trascorreva gran parte dei suoi giorni e delle sue notti e che era stato ricavato in uno stanzino all’interno della biblioteca del monastero. Il frate si avvicinò alla bestia e la strattonò per il collo attraverso la catena di ferro con la quale era legata ad una colonna di pietra. Come si sentì afferrare, Eco, col muso gocciolante e ormai fuori dalla ciotola, iniziò a ringhiare rabbiosamente.

“Bueno, bueno … perro rognoso!” disse il frate con voce ferma aprendo il lucchetto che assicurava la catena ad un anello fissato alla pietra. Eco oppose resistenza e per un attimo il povero frate stava per perdere la presa.

“Te tiro un pedatazo nel culo!” sbottò frate Michele col suo accento spagnolo, colpendo con la punta del sandalo il fondoschiena ricoperto di pustole e vesciche purulenti dell’animale. Si sollevò un gran polverone misto a schizzi di sangue e pus che ricoprirono il piede del frate.

chi-legge-avra-vissuto-5-mila-annila-rete-ricorda-umberto-eco-foto-e-v_419fd324-d7a9-11e5-956a-cd9ad7d54e2d_700_455_big_story_linked_ima“Me cago en Dios, en la cruz, en el carpintero que la hizo y en el hijo de puta que plantó el pino! Mira che eschifeza hai combinato, perro de mierda!” imprecò il frate. Eco si acquietò.

La fetida creatura venne condotta al guinzaglio difronte la sala di copiatura dove gli amanuensi ricopiavano i testi della biblioteca del monastero, seguendo un ordine stabilito dall’abate o, in caso di sua assenza, dal priore. Il priore Colonna scelse per quella giornata di iniziare la trascrizione del libro Nihil numerus e ordinò a frate Michele di trascinare lì la bestia, a causa della straordinaria fatica che avrebbe potuto portare la copiatura di un libro del genere, a cui si aggiunse l’assenza di alcuni frati impegnati in faccende sconosciute. Eco, infatti, veniva impiegato in quel convento per sostituire i frati affaticati o assenti alla copiatura. Aveva una dote naturale nella trascrizione di lettere e parole, nonostante fosse completamente analfabeta e non sapesse formulare delle frasi logicamente sensate. La sua era una passione viscerale, inconscia, folle. Non si può dire che scrivesse, ma piuttosto che copiasse meccanicamente quanto vedeva scritto su una pagina.

Quando frate Michele raggiunse la porta d’ingresso dello scriptorium, il cane aveva già capito il perché di quella momentanea uscita e divenne subito irrequieto. Non vedeva l’ora di copiare quei simboli strani che scrutava neri d’inchiostro sulle pergamene ambrate o sulla carta d’avorio. Tutti quei tratti così ben disposti, uno di fianco all’altro, vibranti di vita propria, dal primo all’ultimo procuravano una serie di orgasmi in lui che li ricopiava per pura riconoscenza, come un atto di amore supremo.

umberto_dito_naso_129158_800_800.jpgQuei segni multiformi e cangianti che diventavano sillabe, a volte tentate in un sussurro dalle labbra impiastrate, ma mai sentite, mai pronunciate. Sillabe mute che sagomavano di suoni inconsistenti, una dopo l’altra, parole altrettanto silenziose, in quella mente sottosviluppata. Parole a loro volta incomprensibili intessevano nella carta frasi brevi o lunghe, vertiginose come le fughe dei cavalli nella foresta la sera, ricucite una ad una in paragrafi ordinati e poi raccolti finalmente, pagina dopo pagina, nei capitoli di un libro custodito come il bene più prezioso nel cuore profano del monastero: la biblioteca. Dei segni erano la casa quelle pagine consunte. Dei segni e delle innumerevoli forme che essi dischiudevano. Ma mai quella infinita sapienza, racchiusa in ogni verbo vergato a mano da chissà quale saggio antenato, poteva toccare le corde fragili e sottili del pensiero di Eco. Eco, il subumano, il cane, la bestia, si limitava a godere di quelle forme misteriose e danzanti sulla carta, come gode il fanciullo che scopre l’ineffabile e infinito piacere di una lacrima di sperma che fuoriesce dal suo giovane pene. Con questa ingenuità, Eco gioiva dei suoi segni e nonostante non ricordasse più il giorno in cui cominciò a ricopiarli su di un foglio, ogni volta che intingeva il rigido pennino in un calamaio caldo d’inchiostro e iniziava a copiarli, raggiungeva l’orgasmo come se perdesse la verginità in quel momento esatto. La vera passione non ha memoria. Eppure quei segni per lui significavano, significavano moltissimo, molto più di quanto credessero quei frati appena alfabetizzati, molto più di quanto potesse immaginare o sognare perfino il colto maestro dei novizi, o il priore, o lo stesso abate. Perché per quell’animale i segni avevano un senso per sé. Non avevano bisogno di interpretazioni e di esegesi. Erano lì ed esistevano nella loro magnificenza. Nient’altro era necessario.umberto-capalbio-umbertoeco-249866

Appena frate Michele entrò nella sala di copiatura con al guinzaglio la bestia, tutti gli amanuensi si volsero a guardarla. Ci fu chi esclamò un’imprecazione, chi diede un segno di disgusto, chi si limitò a portare una mano sul naso per coprire il puzzo. Michele assicurò alacremente il guinzaglio ad un uncino inchiodato al muro appena sotto al grande crocefisso che troneggiava al centro dello scriptorium.

Il priore Colonna, appena vide il mostro, si fece avanti e disse: “bene! Cortadillo è assolutamente indispensabile al fine di completare un cospicuo numero di copie. Oggi sono già in sei i frati assenti a causa dell’incombenza levantina!”

Eco, fremente per i libri, stava in piedi, legato per il collo attraverso una catena in tensione fissata al muro. Sbavava, tremava, con le braccia cercava di raggiungere i libri che tanto bramava, ringhiava. Era mostruoso.umberto-ultima-panza-184474_tn

Il priore dopo essersi assicurato che l’incolumità dei frati sarebbe stata al sicuro, si avvicinò al cane e con voce calma disse: “Cortadillo, adesso ti libero. Se farai il bravo e compirai il tuo dovere senza nuocere a nessuno non verrai vessato. D’accordo?” Colonna attese un cenno del cane, poi sfilò, dall’uncino fissato al muro, l’ultimo anello della catena che teneva prigioniero il cane che fu finalmente libero.

Appena i suoi legami furono sciolti, Eco si avventò con irruenza animalesca su un libro adagiato in un banco vuoto, dal quale tutti gli altri frati si erano allontanati preventivamente. Si precipitò come un rapace sulla sua preda, senza esitazione, con vigore e fermento. Ghermì il testo avidamente, con in faccia un ghigno ammorbato. Prese a ridere come chi ha perduto il senno, con le fauci spalancate e la gola aperta, sbavando come un cinghiale che ha fra le zanne il desiderato boccone. Era in estasi. In questo stato euforico, intinse il pennino nel calamaio nero e iniziò a copiare tutti i tratti che scorgeva sul testo, con la velocità di un marchingegno formidabile. Non-uomo, animale, in quell’istante Eco divenne oggetto.

Ermes Marana

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