Capitolo II -Eterno ritorno

Marco Polo, vestito alla foggia dei funzionari imperiali, aveva le palpebre socchiuse e una incrinatura obliqua al posto della bocca alla cui estremità pendeva la canna scura e sottile d’una pipa d’oppio, quando sussurrò, o credette di sussurrare: “guarda la tua vecchia Pechino come è ridotta! non è rimasto che un cumulo di cenere rossa sul dorso del grande drago volante.”

Il suo interlocutore era un uomo ormai vecchio, lunghi baffi grigi che si confondevano sinuosi ai ghirigori dorati del drappo della sua tunica damascata, il grande khan decaduto i cui sogni d’impero si distruggevano sotto la fiamma rossa della rivoluzione. Si faceva chiamare Kublai Khan, il primo imperatore della Cina, l’ultimo dei Gran Khan, seduto con le gambe incrociate a fumare oppio insieme al vecchio amico veneziano e a contemplare il disfacimento del suo potere millenario. Con gli occhi affilati come le spade Dao affisse alle mura della sua dimora disse, o credette di dire: “non ci resta che il ricordo del nostro primo incontro, amico, quando la tua lingua sembrava annodata alla terra e potevi descrivermi con acrobazie e furbizie le infinite città costruite nel mio regno.”

Dopo una pausa che durò un secondo, o un’infinità incalcolabile, reclinando il capo lentamente mormorò, o pensò di mormorare, o credette di pensare di mormorare: “e adesso che il tuo pensiero corre fluente fra le tue labbra, come fonte di montagna, non hai più terra da raccontare. Tutto è uno schiudersi e dischiudersi di forme spezzate.”

Marco Polo, che a quel punto aveva allargato lo sguardo sulla città in fumo, si chinò leggero come un uccello e appoggiò la testa sul palmo aperto della mano sostenuta dall’angolo retto formato dall’incontrarsi di braccio e avambraccio. Sognava, o sperava di sognare, queste parole, fuggenti come il fluire delle anatre mandarine nel ruscello veloce: “dall’alto del tuo palazzo, che troneggia su questa collina e sormonta tutta Pechino, si vedono i tetti spioventi delle case laggiù, costruite vicine, strette lungo le strade un tempo affollate da numerosi commerci e viaggiatori. Lì mi trovai, un giorno, che ero partito, o arrivato (adesso non ricordo), e non conoscevo ancora la tua voce curiosa e il tuo volto. Lì c’erano un tempo i venditori di monili e cerbottane, e accanto al grande arco di legno colorato comprai da un sarto, curvo come una radice di zenzero, stoffe e sandali. Lì c’erano un tempo il fabbro aggiusta-tutto e il grasso macellaio, sempre sporco di sangue di porco. Adesso le strade brulicano di gente invasata, con il libretto rosso in una mano e nell’altra il fucile. Ovunque sembra esserci una rissa, o ancor peggio un baccanale.”

“Ecco, mio amico, – sognò insieme a Marco il suo khan – il carnevale è appena cominciato e non sembra si arresterà coll’ebrezza di una sera. Da qui possiamo scorgere la città proibita, ormai chiusa, braccata, circondata, diventata gabbia per la cattività più terribile di tutte, quella della storia. Ecco, mio amico, il carnevale nel tuo mondo fa degli ultimi re e regine e rende i doge degli umili porcari, ma dura una notte; io, invece, non sarò più re.”  Così sognò Kublai Khan, o credette di sognare, insieme a Marco Polo

“Mio khan, tu sei come quel uomo che, nato vecchio, col passare del tempo trova una giovinezza mai vissuta, fino a diventare bambino, poi feto e infine nulla. Con l’età hai perduto la tua solita saggezza. Qui tutto deve cambiare, affinché tutto rimanga come prima.” Questo sperò di rispondere Marco Polo al suo interlocutore.

Appena che ebbe buttato fuori due grosse boccate di fumo bianco e denso, Kublai Khan riprese a vagheggiare: “ma a cosa giova questo sfacelo? Non saremo che pasto del popolino affamato e iracondo. Il mio regno è caduto ormai. Quante città invisibili hai raccolto sulle labbra e hai pronunciato, qui su queste stuoie, fumando queste pipe, di fronte a me, per centinaia di anni, senza tregua, mia novella Sharazad! E quante città ancora avresti potuto descrivere col tuo dolce eloquio, amico mio, viaggiando anno per anno su questo infinito territorio che è la nostra esistenza! Adesso, tutto è perduto. Perdonami, un giorno, se vorrai, per averti costretto a questo eterno peregrinare, senza meta, che non ha portato a nient’altro che alla distruzione del nostro mondo.”

Con un moto impercettibile della bocca, Marco Polo sembrò pronunciare una parola, poi un silenzio, poi un ricordo sospeso o una fantasia intrappolata nei suoi pensieri, un sentiero fra le ombre: “ma come puoi credere che mi sia mai messo in viaggio, mio imperatore? In tutti questi anni, non mi sono mai mosso da Venezia, città-origine, sospesa fra cielo, terra e mare. La prigione dove dettai, sillabando quasi folle, il mio Milione, non era tanto diversa da questa città proibita asserragliata da un manipolo di rossi o da questa Pechino in fiamme. Ogni storia, ogni città, porta ad un’altra storia, un’altra città, in un ciclo senza fine.”

Qui, i pensieri-sogni-parole di Marco Polo vennero interrotti bruscamente dall’arrivo di un uomo vestito come un soldato dell’esercito di Kublai Khan. Si chiamava Wu Ming, il Senza Nome, comandante dell’esercito regolare cinese, in rotta contro i rivoluzionari.

“Mio signore, ho dei dispacci urgenti per lei” disse affannosamente rivolgendosi al khan e porgendogli dei documenti. “Con il vostro permesso vado a prepararmi per il lungo viaggio che dovrò affrontare” concluse.

Kublai Khan raccolse quei fogli di carta ingiallita e ruppe i sigilli di ceralacca rossa. Lesse con attenzione poche righe e come un accenno di sorriso apparì sul suo volto ruvido. Poi ripiegò la carta e parlò: “va’ a cambiarti d’abito, dovrai fingerti monaco, e ricorda che la tua missione è segreta ma il tuo ruolo irrilevante. Posso sostituirti con chiunque altro e non cambierebbe nulla. In ogni caso, anche il contributo di uno sconosciuto qualsiasi sarebbe ininfluente. Il nostro mondo è destinato a morire e rinascere nuovo, per sempre.”

Wu Ming si esibì in un inchino cerimonioso e, con un movimento elegante del corpo, si voltò verso la porta girando su un piede perno e si perse fra le ombre luminose del palazzo del khan, mentre da fuori continuava a rombare la battaglia.

Ermes Marana

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