Questa non è una pipa!

la pipa

C’era una volta, in una ricca e fiorente città, un artigiano di nome Vanni. Questi, grazie al lavoro del padre, del nonno e del bisnonno prima di lui, si era ritrovato tra le mani un laboratorio famoso in tutto il regno per la creazione di pipe. Qui si potevano trovare pipe di tutte le fogge e per tutti i gusti: pipe dritte, pipe curve, pipe lunghe, pipe di spuma, di radica, di granturco e di metallo… Il ricco e il povero dallo stesso uomo acquistavano lo strumento del loro vizio. Per il vizio in sé, cioè il tabacco o qualsiasi altra erba fumabile, dovevano invece rivolgersi a Giampierone che, dall’altra parte della strada, vendeva tutto ciò che si poteva desiderare in quanto a paglie infiammabili. Così il cerchio si chiudeva felicemente: il venditore di tabacchi cercava il suo pubblico di acquirenti tra i compratori di pipe e viceversa. La ricchezza dell’uno si traduceva nella ricchezza dell’altro.

I due negozi prosperarono per lunghi anni e resero famosa la città che, se cent’anni prima era frequentata solo da contadini, ora era centro di scambi e di commerci. Da tutte le parti del regno, ma anche da oltre i suoi confini, uomini facoltosi visitavano la città, che ormai era nota per le pipe e per il tabacco, per fare acquisti e di questi farsi belli ai ricevimenti e con le signore.

Un evento, sotto forma di uomo, però, venne un giorno a cambiare le carte in tavola.

Buongiorno! Sono il Barone Marcello Mattarello di Nardignone e desidererei una pipa!

Barone! – ansimò Vanni preso alla sprovvista e improvvisando un reale salamelecco – Sono lieto di riceverla nel mio umile emporio… Sono a sua completa disposizione! Posso offrirle un’amplissima gamma di…

Signor Vanni, – lo interruppe senza molte cerimonie il Barone – so che lei è uno dei maggiori artisti della pipa del regno…

Così mi lusinga, sua baronità…

Ma che dico del regno? Del mondo!

La ringrazio, signore…

Ecco, signor Vanni, so anche che lei, esattamente un mese fa, ha venduto una magnifica pipa di avorio intarsiata in oro e corallo al Marchese Leonzo Gherardini di Hiflenburg, mio carissimo amico al tavolo verde e arcinemico nella corte alla bellissima e purissima Baronessa Macchinelli…

Lo ricordo perfettamente, eccellenza! Una pipa bellissima! Unica nel suo genere! Spero che il Marchese l’abbia apprezzata…

Certamente! E anche troppo! E non solo lui, ma anche la Baronessa l’ha apprezzata! E anche troppo, se capisce cosa intendo! – disse il Barone con stizza ma senza mai perdere la classe e la compostezza propri del suo rango.

Oh… Capisco… Ne sono addolorato, signore…

Barone, prego!

Barone! – si corresse immediatamente Vanni che, dopo un attimo di esitazione, tentò di recuperare terreno grazie alle sue naturali doti da borghese – Ma per lei, Barone, ne posso creare una anche migliore! Potrei costruirla di opale blu, incorniciata di argento e con un bocchino di turchese! Sarà uno splendore, glielo assicuro! La Baronessa rimarrà impressionata dai colori accesi ed eleganti della sua pipa che, a confronto di quella palliduccia del suo rivale, svetterà come un purosangue su un ronzino! Mi posso mettere subito all’opera!

No! No! E poi no! – esclamò allora il Barone – Cercare di eguagliare la ricchezza del mio avversario mi farebbe sembrare solo un arrivista, un cafone, un arricchito che deve dimostrare la propria ricchezza agli altri! Io sono il Marchese Marcello Teofilo Pietro de Rolandis Matterello e Fanone di Nardignone! La mia famiglia esisteva ed aveva già uno stemma coronato quando qui da voi c’erano solo capre e formaggiai!

Chiedo perdono se con le mie parole l’ho offesa, Barone… Sono solo un artigiano, Dio non mi ha concesso il dono della parlantina…

Io voglio una pipa che nessuno ha mai visto, – riprese senza considerare Vanni – semplice ma che denoti la mia appartenenza sociale. Voglio una pipa che dimostri alla Baronessa la mia ilarità e che la possa conquistare col riso e non solo con il portafoglio. Voglio una pipa per persone grasse! – disse battendosi delicatamente lo stomaco con la mano.

La sua richiesta è molto particolare, Barone… Se lo desidera possiamo guardare assieme gli esemplari in mostra per vedere se c’è qualcosa di suo gradimento!

Io voglio un’opera unica, non uno di quei pezzi di legno venduti in serie al popolino!

Le assicuro che qui da noi vendiamo solo pezzi unici! – mentì Vanni.

Come pensa di poter servire uno come me con la stessa merce con cui sazia i pescatori e i calzolai?

Non sia mai, Barone! Creerò per lei una pipa come mai se ne sono viste!

Lo spero… Le lascerò una settimana di tempo, poi tornerò – detto questo uscì. Né Vanni né il Barone avevano parlato di compenso, di sicuro non gli mancherà il grano a questo grand’uomo, pensò l’artigiano.

Passò un giorno, poi due, poi tre e poi quattro, ma Vanni non riusciva a cavare un ragno dal buco. Immaginava pipe panciute, ma le aveva già costruite e vendute migliaia di volte, pipe ricurve a creare le onde del mare ma anche del grasso, ma già ne aveva fatta una così per un sultano delle terre del sud, pipe enormi, così pesanti che dovevano essere poggiate al terreno e fumate seduti a terra, ma anche quella era un’idea vecchia… Cosa fare? I giorni passavano e Vanni non aveva niente in mano se non fogli di carta pieni di progetti da cestinare e cataste di legno intonso. Non mangiava, non dormiva, stava semplicemente lì, immobile a pensare e a guardare il vuoto in cerca di ispirazione.

Quando questa giunse non assunse gli abiti divini o angelici, ma quelli ben più popolani di un panino col lardo. Dopo giorni di digiuno la moglie dell’artigiano riuscì a convincerlo a mangiare qualcosa e fu in quel momento che gli spuntò tra i radi capelli l’idea geniale: nessun legno sarà mai il materiale giusto per un ciccione! Materiale troppo secco, duro e muscoloso… Qui ci vuole ben altro, ci vuole qualcosa che rappresenti in sé il grasso! Il lardo per esempio!

Si fece allora portare un grosso e unto pezzo di lardo e con gli strumenti del carpentiere iniziò a lavorarlo e a modellarlo fino a trasformarlo in una pipa funzionante. Si accorse, però, immediatamente che non poteva funzionare: il lardo non assumeva la struttura rigida propria di una pipa e, inoltre, il grasso avrebbe alimentato eccessivamente la fiamma del braciere causando, potenzialmente, un incendio sui baffi artisticamente arricciati del Barone. Vanni da ricco artigiano sarebbe diventato un anarchico terrorista incendiario e per questo impiccato o, nella migliore delle ipotesi, fucilato. E non aveva considerato come una pipa di lardo avrebbe contraddetto quelle caratteristiche che potremmo definire “pipiche”…

Vanni aveva fallito ancora una volta, ma sapeva che quella era la strada giusta, doveva solo esplorarla meglio. Prese il suo quaderno per gli schizzi, il borsello con i soldi e, coperto dal pesante e consunto pastrano verde, si diresse verso il mercato. Ormai non si era più nell’epoca delle avventure in cui gli eroi attraversavano il mondo a piedi o a cavallo alla ricerca di ingredienti misteriosi e sostanze preziose, l’epoca dei borghi era già iniziata e tutto ciò che un uomo poteva desiderare poteva essere trovato, al giusto prezzo, al mercato.

Camminò così a lungo analizzando tutte le merci, guardandole, annusandole e tastandole finché, sul banco di legno di mercanti venuti da oltre l’oceano, trovò un blocco marrone in tutto simile al legno. Dove però l’albero arricchiva la sua struttura con venature, nodi e girotondi, questo pareva una massa uniforme, uniforme come la pancia del suo cliente. I venditori lo informarono che quel materiale veniva chiamato “cioccolato” e che era dolce come nessun’altra cosa, era l’ambrosia degli dei sudamericani.

Vanni folgorato nel cuore, nella mente e nel palato comprò quella grande pietra marrone e corse a casa il più in fretta possibile. Arrivato al banco di lavoro scalpellò a lungo e in meno di un giorno ultimò la sua opera. Un capolavoro! Diceva tra sé e sé l’uomo. Quella pipa poteva essere fumata come mangiata e, inoltre, ad ogni boccata di fumo avrebbe cosparso le labbra di un dolce aroma. Perfetta per il nostro grassone!

Arrivò così il settimo giorno e, puntuale, rientrò dalla porta il Barone.

Bentornato nel mio negozio, Barone! – disse felice Vanni sapendo di aver conquistato nuove vette artistiche e un compenso esorbitante. 1000 monete d’oro voleva chiedere, mai aveva puntato così in alto.

Buongiorno! – rispose passivamente il nobile – Avete ultimato la mia pipa?

Certamente! – e detto ciò porse all’uomo un cofanetto dal quale estrasse la pipa.

Il Barone rimase a bocca aperta. Era vero ciò che si diceva di Vanni: era sicuramente il più grande costruttore di pipe del mondo! Mai aveva visto opera d’ingegno tanto bella e, allo stesso tempo, tanto semplice.

Magnifica, signor Vanni! Magnifica! Ma con che materiale l’avete realizzata?

Questo è un segreto, mio caro Barone! – disse ridendo il Vanni che, nella sua euforia, fu accompagnato dal Barone la cui mente era già rivolta all’approvazione da parte della bella Baronessa. La sua risata squillante avrebbe preannunciato ben altra bocca aperta e ben altri ghigni della bocca. Era il trionfo del Barone sull’infimo Marchese! Giochi di potere, giochi erotici, in ogni caso avrebbe trionfato su quelle valli e su quei promontori!

E avreste dovuto vedere l’espressione che si dipinse sul volto di Vanni quando, chiesta l’esorbitante somma, essa gli fu pagata senza alcuna discussione, in una manciata sola, come se a tanto lavoro fosse possibile dare solo cotanta retribuzione. Aprì la bocca e congiungendo le mani ringraziò estasiato il Barone, come se quel dono metallico non venisse da lui ma direttamente dal cielo.

Ma il Barone ormai non ascoltava più quelle devozioni che, un tempo, gli avrebbero fatto tanto piacere, ormai era solamente uomo, non più nobile, non più “figlio di”. In quel momento era semplicemente l’amante della Baronessa Macchinelli. Con quest’unico pensiero tra le tempie uscì dal negozio e attraversò la strada resa limacciosa dalle recenti piogge. Non si preoccupava nemmeno del fango che gli sporcava le belle scarpette delle Fiandre e quei così ricchi calzoni in broccato intessuti di fili d’oro e argento che aveva acquistato a Siviglia. Incedeva come a una spanna dal terreno, come se nulla potesse disturbare i suoi sogni e la sua immaginazione cortesemente sfrenata.

Ma quella fortuna del Vanni ebbe vita breve, anzi brevissima! Il Barone, entrato nella bottega di Giampierone e provata la pipa, si accorse subito che tale strumento non poteva essere utilizzato allo scopo per cui era stato creato. Il cioccolato, difatti, alla prima vampa di calore iniziava a sciogliersi lasciando tra le mani del nobile un pasticcio marrone e zuccherino.

Imbroglione! Lestofante! Arraffasoldi! – iniziò a sbraitare il Barone rientrato nella bottega del Vanni – Questa non è una pipa! Si scioglie tutta, che utilità può avere? Ridatemi i miei soldi! Tutti in città sapranno che imbroglione siete!

E in un lampo, com’era entrato, il Barone era uscito. Quelle mille monete d’oro erano tornate al legittimo proprietario e, in pochi giorni, il Vanni dovette abbandonare anche la sua cara bottega. La sua fama era ormai rovinata e nessuno più comprava le sue pipe.

Una nuova merce spopolava ora nella città, non più le pipe né i pregiati tabacchi, ma il cioccolato che, modellato nelle forme più strane e in particolare ad assumere l’aspetto di pipa, era comprato dagli acquirenti, ricchi e ricchissimi, nella rinnovata, opulenta e splendente bottega di Giampierone, uomo di certo non geniale, ma dall’occhio svelto.

Da quel giorno quella fiorente città divenne famosa per il suo cioccolato. E lo è tuttora.

Le persone che contano vissero felici e contente, degli altri non si sa più nulla.

Morale della fiaba

L’ingegno proprio o altrui che sia

va acchiappato prima che voli via.

Gino Supramonte

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