Cristo è risorto. Storia di due tossici di cui uno muore (ma subito però) – 1.

corpse

             La vita è il viaggio nelle sensazioni. Siamo i vandali dell’equilibrio sulla punta del kaos.

            Cristo è risorto e Nubio piange.

            Nubio era solo nella sua stanza, buttato per terra, l’acido dello sbocco ancora a raspargli la gola, e freddo, e sete, e piangeva. Aveva sentito che il Signore era di nuovo tra noi, era ubriaco ammerda, ancora un po’ skecciato e piangeva perso chissà in quale buco nero della mente. Poggi, nell’altra stanza, aspettava che gli uccelli della notte arrivassero sul suo davanzale a mangiare la sua fetta biscottata sbriciolata perché poi doveva toccarli col ramo d’albero che aveva raccolto per strada e che chiamava La mano di dio. Era accovacciato sotto il davanzale della finestra e aspettava in silenzio, e ogni tanto, completamente a caso, sparava in alto La mano di dio e alzava la testa. Credeva di sentire le tortorelle e i passerotti, ma non c’era niente sul suo davanzale: faceva così, in alto, a caso con La mano di dio e poi rideva e si rimetteva a occhi chiusi accovacciato sotto la finestra aperta con un’espressione quasi sinistramente compiaciuta sul volto. Fuori buoio, Bologna buia, fredda e umida delle quattro e trenta del mattino di una notte di fine Novemebre, e Poggi stava a maniche corte e Nubio aveva freddo e piangeva.

            Gli altri dormivano; Signorlungo, la gatta era tornata a sonnicchiare sul divano dopo aver alzato un attimo la testa e aver capito che erano Nubio e Poggi a esser ritornati a casa dopo essersi spaccati un’altra sera ammerda tutti e due.

            Nubio sboccava sulla scrivania e poi tornava a piangere per terra – pensava, con quelle poche briciole di scoscienza marcia rimaste, che se sguazzava sulla scrivania poi era più facile pulire… e non saprei dire perché, perché forse per pulire sulla scrivania non avrebbe dovuto inginocchiarsi, cosa che forse in quelle condizioni gli sembrava impossibile; peccato che non l’avrebbe più toccato quello sguazzo alcolicketaminico. Nubio non voleva tornare a casa, stava bene buttato contro la parete dell’icsemme, aveva lasciato lì il suo corpo e lui era nel guscio caldo e galleggiante della Kecc’ e no, non voleva tornare. Ma poi era arrivato Poggi e aveva detto che Cristo era risorto e che dovevano tornare a casa. Nubio non aveva capito niente di quello che aveva detto Poggi, ma aveva capito il modo, l’intenzione, aveva avvertito la convinzione e così aveva avuto l’impulso di andare, di seguirlo anche se non riusciva ancora a camminare sulle sue gambe ketaminiche di legno e Poggi lo trascinava, e adesso piangeva per terra, perché aveva capito che Cristo era risorto mentre Poggi era ancora intripp.

            Poggi e Nubio facevano surf ogni fine settimana, partivano il giovedì-veneredì e finivano in after la domenica. Gli altri giorni cercavano di riprendersi e con il cervello a galleggiare allegro in testa leggevano estranei testi universitari tra una canna e un caffè al 36.

            Quella notte erano tornati che non avevano ancora sfogato niente chissà per quale strano mostro che aveva iniziato a infestare i loro spiriti esaltati e vulnerabili, quale paranoia pazzesca, quale presa a male o per inseguire chissà quale drago erano tornati a casa alle quattro quando di solito tornavano non prima dell’una del pomeriggio e poi continuavano a spaccarsi di canne tutto il giorno e birrette fino a quando non svenivano sul divano guardando qualche documentario sugli animali al pc.

            Mi aveva svegliato il pianto di Nubio e i suoi conati di vomito sporchi e guttuintestinali. Avevo capito tutto, così mi ero girato dall’altra parte del cuscino e ciao. Avrei trovato i loro cadaveri l’indomani gettati sul divano a ripetere perpetuamente l’unico gesto di rollare una canna e fumarla e forse passarsela/mela.

            I conati continuarono tutta la notte, li sentivo come l’eco dei miei sogni, la campana di quella vecchia chiesa mai esistita: Gruooooooop   Groooop grööp gruõõõp  grüüp grûp, a intestini per terra; e sognavo cadaveri scuoiati che ribollivano di zuppa di tartaruga, intestini che mi spompinavano e una bambina del Bangladesh che addestrava gli squali e uno di loro vomitava sangue nell’acqua che ribolliva sempre grööp gruõõõp.

            Quando i conati sono finiti avrò dormito bene un’altra oretta forse, poi mi sono svegliato, ho fatto colazione, orzo e panemarmellata e ho trovato Nubio squartato nel cesso con un ramo infilato al posto del braccio.

            Ho subito sguazzato tutto addosso a Nubbio squartato col ramo, sulla faccia a brandelli il mio brodo gastrico d’orzopanemmarmellatacatarrospurgod’iniziogiornata tutto insieme mischiato in faccia, sugli squarci, a riempire le tenebre coppe nervo-filamentose delle orbite vuote per poi colargli nel setto e scorrergli dal naso come la zuppa di tartaruga del sogno…. I conati… il povero Nubio aveva sguazzato tutto la notte e adesso che era morto io gli sguazzavo addosso.

            È morto nella merda Nubio; nellammerda e nel vomito, diobò.

Il Fantasma di Michele

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