Cristo è risorto. Storia di due tossici di cui uno muore (ma subito però) – 3.

           gesù2        Viggiuro che quella maschera di sangue del povero Nubio iniziò per davvero a muoversi. Poggio aveva riassunto la sua posizione di genuflessa adorazione nella vasca e io mi ritrovavo di fronte al cadavere di Nubio che risorgeva dalla tazza del cesso.

            Nudo e insanguinato si alzò in piedi, si svitò la mano dal muro e andò nella vasca da bagno dal suo discepolo – aveva una cazzo di coda di gatto che gli usciva dal buco del culo, cristo! Mannaccialamadonna, quella era la coda bianca e nera del Signorlungo!

            Il cadavere di Nubio aprì l’acqua della doccia e lavò entrambi, e viggiuro, viggiuro cazzo che quello non era Nubio: la faccia era ricomposta, non era più squartata, ma non era la faccia di prima, non era quella squartata, quella di Nubio – adesso era una faccia liscia, dalla pelle e i tratti mediorientali di un giovane palestinese e un taglio di capelli ippi con la barba da rivoluzionario: era il Cristo, e aveva la coda di un gatto e il braccio a ramo d’albero.

            La sicura morte del Signorlungo oppure una sua brutale amputazione mi diedero le forze per riavermi: – Che cazzo di fine ha fatto il Signorlungo?

            – Il nuovo Cristo racchiude l’anima dell’uomo, quella dell’animale e della pianta nello stesso corpo, – aveva proferito Poggi e il Nazareno aveva mosso la coda.

            Mosso la coda? Quindi il Signorlungo era ancora vivo nel retto del Figlio di dio?

            – È tutto scritto nel Nuovissimo Testamento, – continuava Poggi, e indicava fuori la porta del cesso verso la stanza di Nubio.

            Andai subito a vedere perché davvero a quel punto poteva trattarsi di qualsiasi cosa, e viggiuro, viggiuro che sulla scrivania immacolata di Nubio c’era per davvero un libro. Un libro che era qualcosa come un’intera risma di fogli A4 per stampante fermati da una pietra, tutti scritti a mano con una biro nera, devastati da una scrittura irregolare e malata, quasi da ritardato, da disegni allucinati graffiati sul figlio e macchie di varie sostanze, per la maggior parte organiche, alcune addirittura a disegnare motivi, altre ad abbozzar parole: era il libro della follia e dell’allucinazione, dello sguazzo e dellammerda. Provai a legger qualcosa, ma la mia mente non era ancora in grado di compiere sforzi di questo tipo: quando posavo gli occhi sulle parole le lettere si confondevano, oppure coglievo parole ma non riuscivo a collegarle tra loro – ancora troppo sciokkato, ma chissà davvero che cazzo c’era scritto, chi l’aveva scritto, e soprattutto dov’era finito tutto lo sguazzo di Nubio che avrebbe sicuramente dovuto inondare l’intera scrivania.  

            Cristo aveva già indossato i vestiti da drogato di Nubio: i jinsoni sudici, il maglione enorme e lo smisurato giubbino scaccolato di fumo. Era già diretto da Peppino Toxicbazar a caricare un etto di bamba seguito dal fedele Poggi con il braccio ormai masticato, squartato. Io dovevo per forza seguirli: nel bel mezzo della monotonia bolognese da perenne cielo bianco, serate canne-film a casa alternate dalle sempreverdi notti tossicoalcoliche per i centri sociali e gli scuot, in mezzo a tutta questa macchia stordita che era la vita mi risorgeva Cristo nel cesso e io dovevo restare a casa a fare che? A studiare? A leggere Pessoa? A fumarmi le canne e ascoltare i Glitch Mob? Ma scherzate? Io dovevo vederla questa storia: li avrei seguiti fino in fondo e avrei raccontato tutto. E se quel cazzo di palestinese con la coda di gatto era per davvero il Signore, io sarei stato uno dei suoi nuovi discepoli, avrei raccontato la sua storia e avrei scritto il Nuovissimo Vangelo, e-chi-cazzo-me-lo-doveva-dire-a-me dioscappellacieli.  

Michelone

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