Cristo è risorto. Storia di due tossici di cui uno muore (ma subito però) – 5.

            L’ambiente era pieno di ragazzette in febbre ormonale e infatti Peppino Toxicbazar già limonava una biondina con la mano infilata a cercare di tutto in quei pantaloni ormai sformati, Poggi col braccio squartato si faceva una raglia dopo l’altra e rimaneva immobile a fissare il nulla con gli occhi sbarrati e la bocca che biascicava versi scomposti dalla vaga aria profetica che compresi subito venir dritti dal Nuovissimo testamento: Non uccidere chi ti uccide, avvolgilo nel lenzuolo del sonno. Occhio per occhio, gente perdente.

            Le ragazzine tiravano e tiravano ed era ormai chiaro che sarebbero esplose da un momento all’altro. Prima ne vennero un paio a presentarsi e sbottonarmi i pantaloni per prendermelo in bocca: due morette, una con le treccine e un bel culetto alto e l’altra con una faccia da pompini assurda che quel giorno bevve litrate di sperma – non la staccavo mai quando venivo, anzi, la stringevo ancora di più tra le gambe, le bloccavo la faccia tra le cosce e le sciacquavo gli intestini, steputtane.

            Il Signore è venuto ed è vero, non più verbo, mai più verbo, ma soltanto carne!

            Era tutta un’orgia, e continuavamo a tirare e bere, e il sesso a un certo punto non bastava più, il mio cazzo era un fungo rosso con la testa di salsiccia di cinghiale e Poggi era steso a faccia in giù mentre una ragazzina gli penetrava l’ano con un pastello celeste: lui faceva ah ah ah e basta, e ogni tanto un verso sacro, ogni tanto, tra un ah e un altro, uno smozzico di Verità. Quel cazzo di Peppino Toxic stava ancora a ravanare e si vedeva che si era scassato le palle ma non ce la faceva a passare alla fase successiva perché quella era troppo presa, come in trance, annegata nella limonata. Allora qualcuno, dopo un’ultima impossibile riga, prese la tv e la scaraventò fuori dalla finestra. Caricai il frigo con Peppino e lo lanciammo su una macchina, sborrai al volo in culo a quella con le treccine che ormai stava tutto il tempo a pacche in aria a toccarsi la passera sul divano, un’altra botta di bamba, bel sorso di Capo e giù il tavolo.

            Il Signore è venuto e ci ha liberati finalmente, definitivamente, dal peccato primigenio e da ogni possibile forma di colpa. Non c’è peccato, non c’è colpa per chi vive nell’innocenza. Siamo tutti candidamente inconsapevoli, tutti rendenti nel cuore del Signore, in equilibrio sulla punta del kaos.

            Venne Cristo con il cazzo ancora duro e il cadavere malcamminante della festeggiata per mano, la prese tra le braccia, urlò: – Risorto! – e la lanciò giù dal balcone.

            Ce ne andammo con calma, con al seguito le due morette che mi avevano spompinato e la ragazza pastello di Poggi che volevano stare a tutti i costi con noi, che era quello che volevano fare fin da quando erano ragazzine, il sogno di una vita.

            E venite.

Michele Sborroni

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