Cristo è risorto. Storia di due tossici di cui uno muore (ma subito però) – Dal Nuovissimo Testamento. Il Vangelo secondo Santa Marcela da Borgo Panigale.

           Sono Marcela e ho diciassett’anni e mezzo. Vengo da Borgo Panigale. Mio padre è un prof delle scuole superiori e insegna storia e filosofia, mia madre è un’infermiera. Già a dieci anni le barbi non mi bastavano più. Io volevo il pisello di chen.

            A scuola andavo nel bagno dei maschietti e loro me lo facevano vedere e io cacciavo fuori la farfallina. Avevo visto su internet con le amichette che quelle grandi prendevano i piselli in bocca e avevamo tanta voglia di farlo anche noi. Le guardavamo, quelle grandi nel video che prendevano i piselli in bocca e non ce la facevamo a smettere di vedere, e ci piaceva troppo. Si vedeva dalla faccia che quelle erano veramente donne e noi no, e noi solo a metà, neanche a metà: noi non eravamo niente. Vedevamo che le donne poi si piegavano e si facevano sbattere forte e ci prudevano i buchetti, e ce li iniziavamo a toccare tutte le une con le altre, tutte insieme, ci mettevamo nude e ci leccavamo tutte, ci abbracciavamo calde calde e andavamo con le dita, e ridevamo, e ci sentivamo meglio.

            Così ho iniziato a prendere in bocca i piselli dei maschietti nei bagni delle scuole medie, avevo tredicianni quando ho iniziato con la bocca, a quattordici già mi riempivano, e andavo con quelli più grandi, perché i ragazzetti amici miei non sapevano sbattere bene e non mi sentivo soddisfatta, e mi facevano i video col cellulare mentre spompinavo e uno in cui un cane mi viene sul culo è finito pure sulla Bibbia 3.0. Ma alla fine pure con quelli grandi e pure con i video e i cani non ero soddisfatta assai. Mi piaceva sì, ma mai tutto, mai perfetto, mai che dopo dicevo aaaahhh e basta, e sto bene così e non voglio più niente.

            Mi sono sempre soddisfatta da sola con le zucchine grandi e i video delle donne che si facevano sbattere nel culo dai negri. Volevo un cazzo negro in culo, quello volevo. Ma ho provato pure i negri col cazzo grande e col culo, e niente, niente. Puzzavano e basta. Mi facevo anche le treccine per sembrare ancora più piccola e farglieli venire più duri e grandi, ma niente. Lo sapevo che il mio culo era alto e pieno, perfetto, e che i loro cazzi dovevano essere durissimi, ma niente.

            Poi è venuto il Signore. Poi sono venuti il Cristo e i suoi discepoli e ho capito.

            Non era perché ero drogata. Mi offrivano la bamba e l’emmeddì dalle prime feste che avevo fatto nei fine settimana a Bologna al Qubò, al Millennium, poi mi sono rotta e sono andata al Livello, alle feste sui colli, e mi facevo tutto, tutto. Mi offrivano tutto i piselli inutili che poi avrei succhiato senza più gusto, senza più piacere. Quei cazzi come carne morta in bocca, come una bistecca cruda e fredda di vitello; dov’era la vita? Dov’era? No, non era la droga, non era perché ero drogata.

            Il Signore è venuto e me lo ha mostrato.

            Con loro, con Cristo e i suoi discepoli ho capito tutto.

            Il Signore è venuto ed è vero, non più verbo, mai più verbo, ma soltanto carne. Non mi sono mai sentita così, così vera, così me stessa, così pienamente io, donna, vera donna, più che donna, più di quelle dei video, più di quelle grandi che volevano far credere di aver capito tutto; niente avevano capito. Io sono dippiù, dippiù, dippiù – io sono col Cristo.

            Quando mi hanno spogliata e iniziata a leccare tutta, quando hanno fatto loro ogni millimetro della mia pelle, fino in fondo ad ogni buchetto… quando dopo cinque giorni di trombate e cocaina eravamo un odore e un sapore solo, quando ho dimenticato chi ero, quando loro hanno dimenticato chi ero ed ero soltanto corpo, non più Marcela, ma solo corpo, allora ho capito tutto, sono solo pelle e sento ogni cosa… soltanto carne. Mi sanguina il naso… solo carne.

            L’ho capito. Lo volevo fin da ragazzina quando non mi bastavano più le barbi, più i video delle donne, più i piselli, più i negri e il culo pieno… io ero nata per Cristo. E allora tutte quelle sofferenze, tutta quell’insoddisfazione continua, tutto il dolore, la puzza, quelle zucchine marce avevano finalmente senso perché senza buio non avrei mai potuto vedere la luce. L’avevo sempre aspettato. Quando il Salvatore ha gettato giù dal balcone Carlotta e si è spaccata di sangue sul cofano bianco della Mondeo di sotto era tutto chiaro: niente aveva senso, solo la potenza del Signore. Non c’era più peccato, si era schiantato sul cofano di una macchina. Eravamo tutti innocenti e potevamo finalmente vivere per la prima volta. Bastava seguirlo.

E vado.

            Sia lodato Gesù Cristo.

            Sempre sia lodato.

Michele Coglioni

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