Cristo è risorto. Storia di due tossici di cui uno muore (ma subito però) – 6.

          Cristo non dormiva mai. Rimaneva tutto il tempo in cucina a sbattersi Marcela e Lisabella e tirare labbamba. Mi svegliavo la mattina e li trovavo tutti e tre sul divano a sudare come i porci a finestre chiuse e l’aria puzzava di sperma e succo di vagina, di sudore fresco e stantio. Quando qualcuno si svegliava loro si andavano a fare la doccia, poi uscivano di casa, tornavano con i soldi e la spesa alcolica e andavamo da Peppino Toxic.

            – Ma come cazzo è che state sempre pieni di cash?

            – Ogni crocifisso ricorda sempre il mio sacrificio, – affermava l’Emmanuele. Poi Lisabella che venne fuori essere la più spigliata e dritta spiegava che il Cristo rubava nelle case col crocifisso e che è meglio che non ti dico che ha fatto alla vecchietta ieri.

            – Era tutto pieno di merda, – faceva Marcela e un po’ rideva.

            Il Cristo l’aveva stuprata e poi le aveva messo la marmellata di fichi nel culo e se l’era scopata nel culo e quella si era cacata addosso e il Cristo era uscito nudo col cazzo di merdaemarmellata e quella era ferma a terra e non si muoveva più e c’era tutta merda intorno.

            – Ho fatto pure la collana con la dentiera, – fece Lisabella e cacciò fuori una dentiera attaccata ad un catenaccio arrugginito. Sui denti aveva scritto “diommerda” con un pennarello nero in stile tag, e il Maestro rideva sotto i baffi: apprezzava particolarmente le bestemmie. Era il figlio di Dio, poteva mancargli l’autoironia? Ce l’hanno pure gli Inglesi.

            Quando andammo per la prima volta alla Scossa tutti insieme fece un carico infinito di emme, non ne voleva sapere di kecc’, voleva stare a un milione e essere Cristo e vedere l’Universo con l’orgasmo nella pelle e il terzo occhio spalancato ammerda.

            – Almeno un po’ d’oppio per la fine della serata, – gli facevo. – Tanto i soldi ce li hai, pure solo un grammo che ci facciamo una stagnolata domani mattina tutti insieme, dioebreo. 

            –  Il figlio di Dio non riposa.

            – Un po’ di changa allora?

            – Messia è Apocalisse.

            Il profeta non dorme, né veglia, ma sogna.

            Io sono.

           

            Ecchecazzoglidovevidire?

            Rimase tutta la serata sottocassa completamente nudo a scatenarsi in un ballo impossibile. Era epilessia orgiastica, compulsività ossessiva, tachicardia lisergica con la faccia pulita e l’Universo negli occhi. Smascellava così tanto che sembrava non smascellasse più. Aveva l’intera folla intorno a danzargli ed urlargli ooooooooo, uuuuuuuuuuuuuu! E lui che passava una bottiglia dopo l’altra da due litri di Capo in cui aveva sciolto almeno dieci grammi di emme e la gente che impazziva che si iniziava a spogliare, che andava dal diggei dietro il muro di casse e gli buttava paste in bocca, gente con i cartoni attaccati in fronte, che si arrampicava sulle casse, che si cacava addosso, che scopava per terra e si vomitava in bocca.

            Cristo acclamato dalla moltitudine, rosso come un tizzone a cacciare litrate di sudore, alluvionato e infinito a danzare nelle acque, a smascellare sangue e sorridere sereno. Cristo è risorto urlava. Cristo è risorto! Negli stacchi di silenzio, Cristo è risorto!

            E tutti a urlare che Cristo è risorto, Cristo è risorto.

            Poggi in tutto questo era immobile nella moltitudine, fermo e teso come una corda o un sasso, gli occhi soltanto un’enorme pupilla nera, come un lago d’inchiostro sciolto. Poggi fermo come un sasso a blaterare strascichi di frasi con le labbra immobili e solo la bocca che si apriva un po’ e ogni tanto alzava la mano e indicava il Salvatore. Anch’io avevo preso un po’ d’emme, ma non così tanto da non riuscire a seguire tutto, io dovevo vedere, capire e raccontare. Sono sempre stato qui per questo. E anzi, ti dico meglio, se mi drogo è perché devo capire dippiù, perché devo essere dentro, essere come Cristo, come Poggi, Come Marcela, Chiara e Lisabella, come mhe.

            Quando poi la musica cessò e la classica voce che viene fuori da un nulla indefinito annunciò: – È finita, – e tutti rimasero quel buon minuto a fissare il soffitto con gli occhi pieni e vuoti allo stesso tempo per poi radunarsi fuori, attorno al fuoco acceso nel bidone a farsi le canne – quando tutti andarono fuori, tutti cercarono il Signore. Il Signore già aveva rollato un cannone con cinque cartine grandi e un filtro quanto il buco del culo di tua madre, un cannone d’erba e un pizzico di changa (alla fine l’aveva presa) e guardava soddisfatto il mondo di detriti che lo circondava, perfettamente a suo agio in quel panorama post-industriale di ramaglia, di cadaveri con pezzi di ferro attaccati in faccia a capocchia, di capannoni smessi, camper, umanoidi cyborg con la faccia di stampante e gli occhi a vecchi fanali di macchina, molossoidi che sborravano ormoni e gente col viso cancellato. Tutti gli si radunarono intorno, volevano offrirgli canne, ultime raglie di spidd, parlarci, vedere com’era quando non era sottocassa e non c’era la musica, vedere come parlava, se era in grado di fare discorsi, se esisteva veramente o no.

            – Venite, – fece lo Splendente, la pelle olivastra bagnata dal sole, il sudore ancora fresco e la mascella tesa. – Venite a me, cari.

            E tutti sorridevano e gli andavano incontro con le facce distese e l’universo negli occhi. Tutti porgevano i loro doni sintetici stesi sugli schermi degli smartfon e il Profeta non rifiutava nulla pur di vedere un sorriso ancor più bello prender forma sui loro visi lavati, cancellati, per ricreare quelle facce, e in cambio offriva un tiro dal cannone scappellauniverso e quelli fumavano, lo guardavano e rimanevano così a fissarlo per un paio di minuti, con gli occhi enormi e lucidi, che capivano, che adesso sapevano chi era – lo realizzavano ed andavano via: uno ad uno, in fila, ordinati, in apprensione per il loro turno.

            Quando tutti ebbero finito con i doni e rimasero così a guardarlo, immobili ed estasiati, Egli lo disse: – Io sono Dio. Cristo è risorto.

            Neanche una parola, lo guardavano, si guardavano l’un l’atro. Non potevano non crederci, no. Tutto lo confermava. Bastava guardarlo. Bastava vedere i suoi occhi, il suo viso perfetto, i capelli sporchi di seta attaccati al collo con la polvere e il sudore, il sangue sulle gengive, tanfante di rancido, profumato di sudore fresco, nudo, il suo braccio amputato a ramo d’albero, un pezzo di barba mancante, il pene rientrato per l’intensa attività fisica e la sua coda oscillante e allegra di gatto. – Io sono Dio, – aveva detto, e non potevano non crederci. – Non abbiate paura di me, abbracciatemi, accarezzatemi, stringetemi, toccatemi il braccio, la coda, il membro, leccatemi le pupille, prendetemelo in mano, inculatemi, sborratemi in faccia, ovunque, cacatemi addosso, pisciatemi in bocca, scagliate la prima la seconda la terza pietra; io sono il Signore e sono come voi. Venite a me. Io sono Dio e sono come voi.

            Non abbiate paura di essere come me, abbracciatemi.         

Il buon vecchio

           

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