23/06/17

 

Un mese esatto dal mio ritorno a casa, in Italia. Il 22 dello scorso mese ero a Torino da Lorenzo, l’uomo della mia vita fino a prova contraria, un ingegnere che mi suona Django Reinhardt la notte facendosi urlare addosso dai vicini e a lui non frega niente, l’uomo che sposerò appena avrò i soldi per rapirlo e portarlo una settimana in un convento tibetano per capire se è vero che la sua libido funziona solo quando mi trovo nei dintorni oppure sono delle gran coincidenze. Secondo me sono la donna della sua vita anch’io, gli sto solo lasciando il tempo di raccapezzarsi con la vita e poi è un attimo che ci ritroviamo a convivere sulle montagne con due cani e trentasette galline, oppure in una città enorme dove ci faremmo i cazzi nostri tutto il giorno per ritrovarci solo la notte a guardare film e a prendere per il culo il creato tra le lenzuola di un letto gigante pieno di cuscini e grande abbastanza perché lui è troppo alto e io mi sparo sempre delle pose da quattro di mazze anche se dormo con qualcun altro e quindi va sempre a finire o che sbatto la gente giù dal letto o che mi faccio odiare o che mi arrampico sulle pareti e dormo tipo Spiderman appiccicata al muro senza ragnatele.

Ma prima si deve laureare.

Prima mi devo laureare.

Ieri sera Sergio suonava in città. Era un mio compagno del liceo, abbiamo sempre avuto tanti amici in comune ma quello che abbiamo realmente condiviso è così lontano nel tempo da aver lasciato una sensazione sbiadita di amicizia, che però torna prepotente appena gli sento dire “Io sono di Enna.” Un’unica frase che non sentivo dire a nessun altro da sei mesi, che mi riapre un pezzo di cuore che avevo chiuso nel momento in cui mi ero trasferita a Grenoble e quando la gente mi chiedeva “Di dove sei?” rispondevo soltanto “Siciliana”. Adesso è un giovane adulto realizzato, con una bella carriera e tanta strada davanti, quindi gliel’ho anche detto, che lo trovavo meglio ed è bello vedere tanta gente uscita dal mio stesso liceo, con cui condivido ricordi di vicoli imboscati nei meandri oscuri della città dove sono nata, che è stato bello vederli trovare la propria strada, mi dà conforto a me che non ho ancora ben capito dove sto andando e ho una paura matta di aver sbagliato completamente strada e di imbattermi in una parete di rovi dentro al bosco, e piuttosto che ammettere di essermi sbagliata sarei capace di infilarmi tra i rami spinosi per passare dall’altro lato senza sapere quanto sia grande questa parete, perché la vedo e mi dico che magari dall’altra parte c’è qualcosa di così bello che devo per forza passare in mezzo alle spine che mi lacerano la carne i capelli arrivano fino alle ossa e fu così che alla fine della parete non ci arrivai mai perché copriva un burrone, e io vedo che i rovi finiscono lì, passo oltre, e il piede slitta sul vuoto. Mi dico che è ancora presto, ho solo venticinque anni e tanti scrittori incredibilmente forti sono riusciti a concepire qualcosa che valesse la pena di leggere molto più tardi, ma io sento il bisogno di buttare giù qualcosa che mi serva per capire il mondo in cui mi trovo, che le chiavi in mano non te le darà mai nessuno devi cercartele da solo appena nasci non lo sai ancora e passi un’infanzia beata in cui iniziano a spuntare i primi dubbi nei cervelli precoci di chi si farà domande peggiori da adulto. E ho capito ieri sera perché certe parti della mia vita sono andate in certi modi invece che svilupparsi in maniera regolare, secondo i piani che avevo accuratamente programmato in giovinezza e chi se li ricorda, in realtà forse non è vero niente ed è vero che ho sempre navigato a vista come diceva la Olivieri, che finché sei piccolo va bene ma poi man mano che diventi grande devi imparare a sviluppare anche delle capacità progettuali Martina non puoi andare avanti così senza cognizione di causa della rotta che stai prendendo, perché mi dici che hai degli interessi nel campo della linguistica però ti piacciono anche la didattica e la letteratura e vuoi anche fare teatro non puoi fare tutto nella vita devi scegliere un obiettivo e perseguire quello e soltanto quello. Bene, la mia intenzione era trasformare la mia esistenza nella formula perfetta atta a smentire questo paradigma. Io esisto e voglio esistere nella completezza dei miei interessi, e voglio coltivarli tutti, perché io non sono una piantina di basilico che secca sul balcone della vecchietta ad agosto, io sono un bosco, sono un campo come le donne del Corano, però sono anche io che semino in me stessa, perché nessuno sarà mai mio padrone e potrà disporre di me a suo piacimento, perché io mi sono fatta atollo e laguna insieme perché contengo la terra che serve per camminare e coltivare e l’acqua salata che ti porta la vita e la morte, io sono un intero ecosistema e ogni  microscopico elemento mi è vitale mi serve se voglio mantenere tutto in equilibrio. Forse mi sto avvicinando ad una strada, anche se so che cambierà ancora e spero in meglio se seguo il mio istinto ci riesco a cambiare e ritrovarmi su strade sempre diverse che non so se migliori o peggiori però già il semplice fatto di vedere cose nuove mi spinge avanti e cresco e cresco e diventerò come la pianta del fagiolo magico che arriva fino alle nuvole e lassù potrò abitare indisturbata. Ieri un mio amico mi ha detto che ho avuto “i sensi del ragno” a capire che dovevo rifiutare un Erasmus perché ne avrei vinto un altro poco dopo che mi avrebbe portato in Francia a fare una cosa che amo.

Sergio ieri mi ha detto una cosa, che lui si annoia. E capivo esattamente cosa voleva dire. Che si annoia di se stesso e prova un quotidiano orrore nel guardarsi dentro o qualcosa del genere, cara mia non puoi ricordarti tutto la mattina dopo, però forse subito dopo mi sono detta Sergiuzzo hai ragione è il motivo per cui io ho abbandonato totalmente tutto ciò che ha a che fare con la produzione artistica perché non sono adatta ho una paura atroce di guardarmi dentro per capire chi sono e come funziona la mia testa perché vedo solo l’orrore di ciò che diventerò e di quello che sono e penso ogni secondo della mia vita perché non sono come nessun altro al mondo e prima o poi verrò pubblicamente giustiziata alla gogna del reale per aver sognato di poter vivere secondo le mie regole interiori che sono sbagliate o mi hanno voluto far credere per anni che sono sbagliate e in realtà finché sei felice va tutto bene ma nessuno di noi sarà mai felice e quindi meglio andare avanti e fare finta di niente finché riesci finché un giorno ti guardi allo specchio ti chiedi se ha ancora un senso andare avanti e la notte dopo mentre sei lì a letto con la tua ragazza che ti dorme accanto tranquilla che nel sonno a volte borbotta un po’ che era più bella o ti sembrava più bella quando  l’hai conosciuta la prima volta adesso chi è diventata cosa sei diventato tu dove sei finito a lavorare e di botto ti alzi e forse vuoi farla davvero finita ma poi ti immagini che casino pulire dopo tutto il sangue e il cervello che schizza in giro ma quello nel caso in cui ti sparassi ma non hai mai avuto una pistola forse manco l’hai mai tenuta in mano una e quindi pensi ai barbiturici con lo scotch sopra che manco Marylin Monroe, ma il massimo di sedativi che hai a casa sono le gocce di valeriana e credo che nessuno sia mai riuscito a morire per overdose da valeriana, quindi pensi allora domani vado in farmacia e vediamo cosa mi danno per morire, però dovrei cercare su internet quali farmaci mi darebbero senza prescrizione senza fare troppe domande oh ma che fatica pianificare la propria morte, bevi il tuo bicchiere d’acqua, con calma, mentre ti avvii verso il bagno continui a pensare che anche tagliarsi le vene non sarebbe una bella idea, hai paura del sangue e non riusciresti mai a tagliarti da solo dovresti farti aiutare da qualcuno e poi che suicidio è se ti devono pure aiutare per ammazzarti, che disastro sei che non riesci manco a pianificare il tuo decesso senza metterci altra gente in mezzo. Pisci. Sgrulli, Rialzi i pantaloni del pigiama senza mutande sotto. Torni a letto. La tua ragazza è di spalle. Pensi che ti dispiacerebbe non rivederla, anche se provi un sottile appagamento nel pensarla in lacrime al tuo funerale, starebbe male per te e imparerebbe una volta per tutte a non darti per scontato, fine dei bruch e delle coccole, dovevo fargli più pompini quando era ancora in vita. Invece ti sdrai, accanto a lei, e ti accucchiai. La abbracci e lei sgrunfa un pochino prima di abbandonarsi di nuovo al tuo abbraccio e i suoi capelli ovunque sul cuscino ti fanno pensare che non è così male la vita, e dato che non abbiamo ancora i mezzi, sto suicidio potremmo anche rimandarlo di qualche anno. Giusto il tempo di fare l’amore altre migliaia di volte il tempo di prendere altri 600 gelati 50 taxi 3000 autobus andare in bici per 100 000 chilometri amare la stessa persona per 1847 giorni consecutivi senza interruzioni o pause.

Però io non volevo parlare di questo ma va a finire così ogni volta che metto le mani sulla tastiera per dire qualcosa e alla fine dopo ore che batto sui tasti quell’argomento non l’ho toccato manco sfiorato nemmeno mi ci sono vagamente avvicinata e ho scritto di tutt’altro ma qua una cosa voglio scriverla per ricordarla perché sono stanca di dimenticare.

Sergio si sistema sul pavimento della mia stanza su un giaciglio improvvisato tra teli e asciugamani e io mi sento un cane a lasciarlo dormire lì, ma ha ragione perché sul pavimento sei vicino alla finestra e almeno arriva un po’ di aria della sera sul viso mentre vorresti strapparti la pelle di dosso per non sentire più caldo.

Mi guarda e mi recita un pezzo di Rilke, ma non recita Sergio, me lo racconta una voce che non avevo mai conosciuto prima, che me lo installa a forza nel cervello tra i capelli si insinua nel sangue peggio dell’alcol e mi resta dentro, nemmeno con tutto il sudore di oggi riesco ad espellere quel momento, perché lo vedevo dall’alto del letto da angolazioni inedite, e il suo viso a tratti mi sembrava quello di uno sconosciuto incontrato la sera stessa, e lì mi sono accorta che siamo invecchiati, che non ci siamo mai conosciuti abbastanza, e che per le persone che hanno avuto le influenze più grandi sulla mia vita io non sono altro che una conoscente qualsiasi, che non si è mai avvicinata che non hanno mai lasciato avvicinare che non ha molto senso conoscere che non ha niente da dire che non ha niente da dare vuota neanche tanto carina niente di che ma chi quella non la conosco bene sorride spesso ma non ho idea non so cosa fa non so dove vive una scialba personcina come tante altre una piccola nullità bruna. Però le parole di Rilke io le custodirò gelosamente, ora che so che esistono, e mi immagino di essere stata giovane poeta e uomo e che qualcuno mi abbia detto queste cose perché senza che io abbia avuto bisogno di dirlo ha visto cosa c’era nella mia testa di vetro, trasparente come le bocce dei pesci rossi, che da fuori così vedi tutto quello che ci nuota entro, incline a rompersi e incrinarsi, che distorce la realtà se ci guardi attraverso e devi cambiare l’acqua spesso altrimenti si riempie di merda e soffochi pesciolino mio. E quindi Sergio, dal suo cuscino sul pavimento di marmo di via Zappoli, la notte tra il 22 e il 23 giugno 2017 mi ha recitato pressappoco questo pezzo qui, da un cuscino all’altro:

“Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde.”

Forse la sua memoria o la sua voce si sono fermate poco prima delle ultime due frasi, ma a me piacciono molto. Poi mi sono finalmente addormentata, mentre l’alba insinuava le dita rosate tra i legni delle serrande azzurre della mia stanza.

 

 

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