Il Pastore – Parte Sedicesima – Resurrezione

Notte. Ombra che sovrasta sconfinate

alture tetre ed oltre l’orizzonte

ed opache e fosche nubi sfrangiate

rimestate nel torbido Acheronte

d’onde brevi e morte infrante sul volto

spento d’una ragazza bionda. Un ponte.

Ponte di legno caduto nel folto

intrico di cespi fangosi e rovi

in acquitrini sordidi ed ascolto

miti ed indifesi striduli corvi

invischiati soli in quel tanfo nero.

L’orrenda orma scura di rami curvi

impressa sulla terra secca. Il Vero

raccapricciante appeso a un cappio vuoto

che pende lento nell’aere oscuro.

Monete d’argento e un fiore di loto

infangato vermiglio opaco argento

per terra per terra per terra immoto.

Vermiglio vermiglio vermiglio vento

di sangue vivo rappreso nel cielo

fermo attonito e spento spento spento.

Vomito. Puzzo di vomito. Un velo.

Un velo di fronte i miei occhi ciechi

nella foschia un infinito volo

adagio si svela il vero. Cento echi.

Il sesso il sesso il sesso il sesso il sesso.

Ossessivamente ai miei orecchi.

Un corpo tumefatto. Un altro. Flusso.

L’acque gelide sulla mia pelle

ormai sporca e sprofondo. Riflusso.

Lentamente sprofondo. Folle folle

sentirti fra le mie braccia adesso.

Dove sei? Laggiù un frusciar di culle

che muovono laggiù laggiù. Riflesso

il mio volto in quegli occhi di donna

riflesso nel vuoto. Erezione. Amplesso.

Ma ormai cado in un terror che affanna

affanna affanna. Cos’è questo silenzio?

Dove mi trovo? Perché? Ninna nanna

ninna nanna ninna … un bicchiere. Assenzio.

Un altro, di fiamma. Arde un fuoco dentro.

Sono io? Chi? Aspetto il tuo solo nunzio.

Solo la tua voce può salvarmi.

Ed eccola lontanissima dolce …

lo stridere affilato di lame e armi

che sgozzano scannano. Nera falce

che semina la morte morte morte

un volare mortifero rapace

nel cielo nudo e scomposto. Ritorte

e arse radici d’ulivo su scuro

suolo, l’ombra del cappio stretto forte

s’allunga veloce e giace s’un muro

scalcinato. E il canto diventa un grido.

L’urlo raggelante acuto immaturo.

Strido uno strido strido strido strido

stona graffia raggelaaaaaa. Poi tace.

Una lacrima riga il viso e chiudo

gli occhi i miei caduchi occhi. Una luce

luce distante distante distante.

È lei è lei è lei è lei, truce

speranza. E la intravedo finalmente:

un volto caprino s’un corpo nudo

di bimba livido e smorto. Dal monte

raggiunge lentamente il mio lido.

Mi prende la mano, mi trae in salvo.

Poi mi lascia cadere giù. Grido.

Le pupille impazzite color fulvo

come il cielo tempestoso stracciato

che cade pesante su di me. Volvo

lo sguardo a lei, all’orrendo peccato

e sommerso cerco di respirare.

Inutilmente mi dibatto muto

in questo putrido nero fetore.

Ed i liquami entrano nella bocca

a ogni mio concitato inspirare.

Tutto resta immoto. Lei mi tocca

poi ridendo mi guarda morire.

Mi divincolo ma nulla, nulla. Grido, cerco di gridare. Urlo. Aaaah! Marieeee! Marieeee! Marieeeeeeee! Dove sei? Dove sei? Non piansi tanto forte in tutta la mia vita. Si svegliò Antoine di soprassalto “che cazzo succede!”. Mi trovò disteso, contorto, sul mio letto, con gli occhi iniettati di sangue. E tremavo, tremavo. Sbattevo le braccia contro il corpo. Mi strappai di dosso i vestiti, veemente, pazzo.

“Ma che cazzo t’è preso stronzo!”

Sempre urlando mi conficcai nel collo il manico del cucchiaino da assenzio bevuto la sera prima. Bruciò così forte che svenni. Antoine mi trascinò grondante di sangue sul suo furgone e mi portò all’ospedale di Lourdes. Ci volle un miracolo per salvarmi. Mi ero trafitto la carotide e se Antoine avesse ritardato qualche minuto sarei morto dissanguato sul sedile strappato del suo furgone. Ma avrei preferito morire.

Meritavo la morte per quel che avevo fatto. Merito ogni sofferenza. E tutto il male, il dolore di questo mondo tetro mi cadde addosso. E continua a cadere. Mi ero nutrito della sua carne morta, del suo corpo morto! Dovevo fuggire lontano, ma dove? Non avevo un posto dove andare. Dovevo fuggire soprattutto da me stesso. Come ho cercato di fare sempre nella mia vita. Fuggire da me stesso.

Solo una speranza di redenzione mi restava. Solo un luogo dove avrei potuto pagare per ciò che avevo fatto.

Leoluca Palminteri

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“L’ambasciatore” di Olivia Beaumont

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